• 25 Giugno 2021

Il mondo che verrà dopo la tempesta Covid

Il mondo che verrà dopo la tempesta Covid

Mille domande, ma nessuna risposta certa. La tempesta Covid19, come un uragano di forza 5 nelle scala di Fujita, sta squassando il pianeta non risparmiando niente e nessuno. E soprattutto demolendo secoli di certezze, che a partire dall’Empirismo inglese avevano plasmato la filosofia di vita della cultura occidentale. All’alba del Terzo millennio, ci riscopriamo improvvisamente deboli, confusi, privi di certezze e soprattutto alla spasmodica ricerca di un punto di riferimento al quale aggrapparsi.

Una cosa è certa: il mondo non sarà più quello di prima

Come l’asteroide Baptistina che 65 milioni di anni fa, schiantandosi nello Yucatan, sterminò i dinosauri e sconvolse flora e fauna della Terra, oggi il Coronavirus sta mettendo in crisi i nostri stili di vita e le nostre convinzioni più profonde. C’era da aspettarselo? Forse vi stupiremo, ma la risposta è si per tutta una serie di motivi.

Storia e origini

A partire dal Duemila diversi gruppi di studio dei Servizi Segreti che lavorano per le grandi potenze e alcune università hanno preparato dei report sulle possibili minacce che aspettano al varco l’umanità. E la pandemia da Coronavirus era una delle ipotesi più citate. Sottovalutazione? Forse, ma soprattutto la superficialità di credere che in un mondo basato su dei criteri probabilistici, le cose debbano capitare sempre agli altri. Chi scrive ha letto personalmente alcuni di questi documenti e addirittura ha valutato un paio di National Intelligence Estimate, rapporti predisposti dagli 007 americani negli ultimi anni per la Casa Bianca. Ebbene, le parole “pandemia” e “coronavirus” erano segnate con la matita rossa e si avvertiva il governo Usa che la minaccia non era da sottovalutare. Sia perché un salto di specie dagli animali all’uomo è sempre possibile e sia perché, tra le righe, si intuiva la preoccupazione per qualcosa di più complesso e forse di più oscuro: guerra batteriologica? Quasi sicuramente no.

No al complottismo da quattro soldi

Soprattutto perché, è bene ripeterlo, la quasi totalità degli scienziati dice che il virus è “ naturale”, escludendo aprioristicamente qualsiasi manipolazione. Chiaro? Sembrerebbe di si. Anche se uno zero virgola tanti zeri, seguito da un uno finale, di dubbio consentiteci di coltivarlo. D’altro canto, un cervellone come Einstein ci ha insegnato che l’unica cosa sicura, a parte la morte, è la velocità della luce. Tutto il resto è opinabile e, senza voler richiamare le sofisticate argomentazioni di Karl Popper espresse nel suo masterpiece su “Congetture e confutazioni”, vogliamo solo ribadire che la ricerca della verità è sempre un’impresa straordinaria. Perché le cose vanno studiate, metabolizzate e riviste con estrema attenzione, prima di sparare sentenze che suonano come dogmi. Cartesio docet.

Statistiche devastanti

Tutto il pianeta sta pagando un prezzo salatissimo, per non parlare del crollo dei vari prodotti interni lordi che hanno raggiunto picchi recessivi da “crash and paniking”. Trump, per colpa anche del Coronavirus, probabilmente ha perso le elezioni, mentre l’Europa deve fare i conti con nuovi allarmi, a cominciare dalla variante inglese, che corre molto veloce. Cosa fondamentale se messa in relazione alla campagna di vaccinazione, che stenta ad entrare a pieno regime, con la quale vengono inoculati prodotti della Ptfizer e della Moderna (che sfruttano la metodica dell’RNA messaggero) e quelli di AstraZeneca, Sputnik V, Sinopharm e Johnson & Johnson che usano l’adenovirus come vettore. E’ ovvio che i vaccini rappresentano l’asso nella manica per soffocare la pandemia. Ma se il virus dovesse mutare massicciamente i vaccini potrebbero diventare inefficaci? Per ora, a detta degli esperti, questo pericolo non esiste. E quindi bisogna vaccinarsi tutti di gran corsa, perché il rischio sistemico delle complicanze, rispetto alle dosi somministrate, è pressoché zero.

Il caso Italia

Tutti i governi si muovono a tentoni, brancolano nel buio e prendono decisioni estemporanee che finora hanno avuto molto di tattico e poco di strategico. Sono scelte che servono solo ad iniziare e a chiudere la giornata cercando di tenere la testa fuori dall’acqua, nell’attesa che succeda qualcosa di positivo e che arrivi, magari dal cielo, la soluzione del problema. Senza volere buttare la croce addosso a nessuno, però una considerazione va fatta: qualcuno diceva che la follia consiste nel fare sempre la stessa cosa sperando di ottenere risultati diversi. Ecco, forse l’emergenza Coronavirus ci ha portati proprio in una situazione del genere. Uno scenario che vale per tutti i Paesi del mondo e che, sia detto con tutto il rispetto, assomiglia molto alla situazione italiana dell’ultimo anno e mezzo. Non si tratta di partire lancia in resta con un approccio critico pregiudiziale. Il precedente governo ha fatto quello che ha potuto. Comunque, ci teniamo sempre cari gli insegnamenti del grande saggio Lao Tzu, che diceva: “Non ti girare, non è quella la direzione in cui stai andando”.

Infezione finanziaria

Tutti sanno che il Coronavirus colpisce non solo in campo sanitario, ma anche e soprattutto in quello sociale ed economico. Perché l’emergenza medica, a nostro avviso, sarà superata nel giro di 6 -8 mesi, mentre quella finanziaria ce la tireremo appresso per molti anni a venire. E allora dedichiamo qualche pensiero a questo secondo aspetto che, a dirla tutta, sembra proprio un Everest insormontabile. Senza dare i numeri, se non quelli strettamente necessari, diciamo che il nostro Pil l’anno scorso è calato di quasi il 9 % e quest’anno (forse) rimbalzerà solo di un 3.5-4%. Troppo poco per fare ripartire un sistema produttivo in ginocchio.
Tutti hanno sentito parlare del famoso “Recovery plan” per accedere ai finanziamenti che arrivano da Bruxelles. Ma in pochi si rendono conto che si tratta di soldi la cui spesa va programmata secondo criteri rigorosi che fanno aumentare le perplessità sulle capacità del nostro sistema-Paese di acquisirli e di impiegarli con efficienza. Si tratta di 209 miliardi in sei anni che dovrebbero trasformare (si spera) il volto dell’Italia. Certo, a guardare la nostra capacità passata di sfruttare i Fondi strutturali europei e quella attuale di concretizzare tonnellate di progetti scritti solo.

Il mondo che verrà?

Presto detto: sarà sconvolto. Anzi, sottosopra. Prendiamo ad esempio la prima superpotenza del Pianeta, gli Stati Uniti. Escono da un quadriennio schizoide, dominato dalla controversa Presidenza Trump. Dopo gli anni d’oro di Barak Obama, gli Usa hanno dovuto fare i conti con un periodo tumultuoso, sia in politica interna che nello spinoso campo delle relazioni internazionali. Fermo restando l’atavico conflitto tra le diverse culture che compongono il melting-pot americano, che durante il governo di “The Donald” si è particolarmente acuito. L’ex Presidente repubblicano ha preso sotto gamba la tempesta Covid, esitando, sin dall’inizio, a elaborare strategie drastiche e coraggiose. Che avrebbero probabilmente dato una svolta più positiva all’andamento del contagio negli States. E invece no. Trump si è preoccupato, soprattutto, di assumere un profilo basso cercando di minimizzare l’impatto sul sistema economico e, nello stesso tempo, scegliendo mosse che fossero congeniali alla sua campagna elettorale. Quando la dimensione del dramma ha imposto la verità era già troppo tardi. Accanto alla perdita cospicua di vite umane, l’ex Presidente ha dovuto assistere al crollo di tutta l’impalcatura economica e finanziaria che aveva faticosamente assemblato in tre anni

Ora Biden, bene in casa, dubbi esteri

Ma oggi c’è Biden e le sue politiche anti-pandemia sembrano promettere risultati decisamente migliori di quelli ottenuti dal suo predecessore. Riguardo al caso Italia, il nostro Paese dovrebbe andare a lezione proprio da Joe Biden che, tra le altre cose, ha varato un piano di duemila miliardi di dollari per rigenerare gli Stati Uniti, dotandoli di un’ossatura amministrativa e di servizi all’altezza dei tempi. Autostrade, ponti, aeroporti, scali marittimi, rifacimento della rete idrica e di distribuzione dell’energia, banda larga, sono solo alcuni dei capitoli che il gigante americano si è messo in testa di affrontare. Una sfida che sarà anche finanziata e vinta, grazie al ritocco delle aliquote fiscali riguardanti le grandi Corporation. Per completare l’opera, forse Biden dovrà ascoltare qualche consiglio in più da parte di Barak Obama, soprattutto in Politica estera. In questo campo, il nuovo Presidente ha mostrato una faccia insolitamente feroce, prendendo forse l’approccio sbagliato nei confronti di Russia e Cina. Anche se con l’Europa ha rinnovato quel dialogo che era stato quasi troncato da Trump. La speranza è che si tratti solo di una parata che serve principalmente a rafforzare il suo potere contrattuale. Vedremo.

Conclusioni

Ricapitoliamo: siamo in guerra. Un conflitto epocale, senza bombe, missili o attacchi all’arma bianca, ma non per questo meno sanguinoso. Se non facciamo, dunque, una profonda riflessione o, detto più crudamente, se non ci diamo una scossa psicologica che richiami la nostra attenzione su quello che ci sta capitando non ne usciremo fuori tanto facilmente. L’epidemia da Coronavirus, trasformatasi velocemente in pandemia planetaria, ci ha svegliati da una sorta di limbo prefabbricato, in cui tutto lo scorrere della nostra vita sembrava scontato. Gli psicologi sociali la chiamano dissonanza cognitiva. Ognuno si fabbrica una bolla di vetro e ci vive dentro, pensando che quello sia tutto il mondo possibile. E invece,

a 75 anni di distanza dalla Seconda guerra mondiale, dopo un lungo periodo di pace che sembrava ormai una conquista acquisita almeno per l’Europa, ci siamo accorti che le certezze su cui fondavamo la nostra quotidianità erano molto più fragili di quanto credessimo. Il mondo non sarà più come prima, questo è sicuro.

Piero Orteca

Piero Orteca

Piero Orteca, giornalista, analista e studioso di politica estera, già visiting researcher dell’Università di Varsavia, borsista al St. Antony’s College di Oxford, ricercatore all’università di Maribor, Slovenia. Notista della Gazzetta del Sud responsabile di Osservatorio Internazionale

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