
La democrazia è sotto assedio nei Paesi dell’Europa centrale e sudorientale. Lo studio registra un calo nello stato dei sistemi democratici, dei media, della libertà elettorale e del rispetto dei diritti umani nella regione. Un attacco che si compie da parte di alcune classi dirigenti con l’obiettivo di restare al potere: «I leader eletti in Europa e in Eurasia stanno minando le stesse istituzioni che li hanno portati in carica, rifiutando le norme democratiche e promuovendo sistemi alternativi di governo autoritario».
«La forza complessiva della democrazia nella regione è diminuita per 17 anni consecutivi, e il numero di paesi classificati come democrazie è sceso al punto più basso da quando il rapporto è stato lanciato per la prima volta nel 1995».
«Mentre i Governi nazionali si apprestano a presentare i loro Recovery Plan a Bruxelles e gli ultimi Parlamenti nazionali a ratificare quel piano che dovrebbe rilanciare il blocco europeo, c’è chi si prepara a usare quei fondi per consolidare il proprio potere», avverte Martino Mazzonis su EastWst. «Non solo e non tanto in termini di consenso, cosa che sarebbe lecita, ma in termini di controllo del sapere e della sua diffusione».
«Bloomberg ad esempio segnala che il Parlamento ungherese ha approvato il trasferimento di una vasta gamma di beni statali per miliardi di dollari (appartamenti, un palazzo, partecipazioni in aziende blue-chip, un produttore di acciaio, uno stadio) a fondazioni quasi private che supervisioneranno sulle università statali e alla cui testa siedono stretti alleati del premier Viktor Orbán».
Il rozzo Orban, la cultura che non possiede la vuole comunque sottomettere e privatizza di fatto le università tentando attraverso l’accesso al titolo accademico, il controllo sulla classe dirigente di domani. Ed ecco che dodici eurodeputati tra verdi, socialdemocratici, liberali e della Sinistra hanno scritto una lettera alla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen per manifestare la loro preoccupazione.
Il 20% delle risorse del Recovery Plan ungherese finirebbe proprio in quelle università e «ciò comporterebbe la scomparsa del 20% delle risorse europee in strutture di finanziamento opache (…) con lo scopo di distruggere ulteriormente la libertà accademica in Ungheria». Sempre su Politico, Piotr Buras, che dirige l’ufficio di Varsavia dell’European Council on Foreign Relations, segnala come anche in Polonia il rischio è quello di uso dei fondi europei per una stretta ulteriore sul potere giudiziario.
Questa scelta di appropriarsi indirettamente delle risorse europee e utilizzarle per fini politici l’Ungheria non è nuova, ma anche altri Paesi sembrano avere problemi crescenti con lo stato di diritto. E Freedom House, nel rapporto pubblicato in questi giorni parla di «attacchi alle istituzioni democratiche che si stanno diffondendo più velocemente che mai in Europa ed Eurasia, e si stanno coalizzando in una sfida alla democrazia stessa».
Dopo la Guerra fredda e la caduta di tutti i regimi comunisti fuori della Russia, pessimi ritorni di vecchi vizi autoritari. Nell’ultimo decennio, tra l’erosione dell’ordine liberal-democratico e l’ascesa dei poteri autoritari, l’idea della democrazia come punto di arrivo ha iniziato a perdere valore in molte capitali». E la diffuse incapacità dei governanti, sono state messa in conto al sistema democratico mal realizzato. Poi il Covid e tirar fuori il peggio attraverso la cattiva gestione della pandemia.
I partiti politici a Budapest e Varsavia «sono passati dall’attaccare i principi liberali che sono alla base della democrazia alla definizione di nuove norme e alla diffusione aperta di pratiche antidemocratiche». Attacchi ai media e tentativi di ridurre al silenzio le voci indipendenti: Ungheria, Polonia e imitatori. «In Slovenia, il Primo Ministro Janez Janša – che ha beneficiato di investimenti ungheresi nell’industria dei media – ha elevato gli attacchi verbali ai giornalisti a un nuovo livello». Processo di apprendimento antidemocratico.

Il Rapporto esprime anche serie preoccupazioni per l’area balcanica. Serbia e Montenegro, due nazioni che in futuro sperano di aderire all’Unione europea, quest’anno hanno raggiunto l’Ungheria nella categoria dei «regimi ibridi». Complessivamente, dei 29 Paesi valutati dieci sono stati classificati come democrazie, altri dieci come regimi ibridi e nove come regimi autoritari. Nell’ultimo decennio, il numero di regimi ibridi è più che triplicato, mentre il numero di democrazie è sceso di un terzo.