
Elezioni palestinesi baldanzosamente fissate a partire dal prossimo 22 maggio, ma che visti i conti e tirate le somme forse dovranno essere rinviate alle calende greche o alle Idi di marzo. Quest’ultimo granguignolesco richiamo, per capire il clima da assalto all’arma bianca in cui stanno maturando le consultazioni annunciate a gennaio dal leader dell’Olp Mahmud Abbas, noto al mondo come Abū Māzen.
Previsioni coincidenti da parte di tutti i protagonisti in campo, amici e nemici, a vincere le elezioni palestinesi «sarà quasi sicuramente Hamas». Ed ecco che il verbo declinato al futuro si aggiunge un bel condizionale: «Se in Palestina si voterà , a vincere sarebbe quasi certamente Hamas», e allora il terrore corre sul filo. La democrazia dovrebbe finire per premiare i “terroristi” ? Non scherziamo. Ecco che, grazie ai luttuosi sondaggi, probabilmente le elezioni finiranno sotto la suola delle scarpe degli ideali umanitari occidentali. Perché non convengono a nessuno.
D’altro canto, Hamas è un avversario scomodo. Domina la Striscia di Gaza e quando si è trattato di far valere le proprie ragioni ha pestato a sangue anche i nipotini di Arafat dell’Olp. Moderati si, ma con le tasche piene di dollari che arrivavano da tutti i governi dell’occidente che pagavano profumatamente per evitare rotture di scatole. Hamas invece ha sempre fatto una politica più “diretta”, in quel campo di concentramento a cielo aperto che è Gaza. Risultato: gode di molta più popolarità tra tutti i palestinesi, anche quelli della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, città dove gli israeliani non vogliono far votare i residenti arabi. Suscitando un vero e proprio scandalo.
Ma la questione non si ferma qui. Perché se Hamas dovesse mettere le mani sul controllo generalizzato della resistenza palestinese, allora sarebbero guai per tutti, perché il gruppo è uno e trino, nel senso che è saldamente diviso in tre aree: quella moderata, che fa capo a Khaled Meshal; quella estremista, comandata da Saleh al- Arouri e l’ultima, che potremmo definire “pragmatista”, guidata da Hismail Haniyeh. Quest’ultimo, dato per vincente, è molto vicino agli sciiti dell’Iran, ma anche in grado di dialogare con i regimi islamici sunniti e che riesce più di tutti gli altri a mettere nelle casse di Hamas i generosi contributi finanziari che arrivano da mezzo mondo.
Secondo gli analisti più accreditati, Hamas sembra un partito “di lotta e di governo”, capace di assumere una veste di interlocutore diplomatico o un ruolo di vero e proprio gruppo combattente. O terroristico, a seconda dei punti di vista. Tutto questo mentre l’Olp passa ormai agli occhi di tutti i diplomatici come una specie di associazione di “commendatori” imborghesiti. L’unico che potrebbe resuscitare Fatah è Marwan Barghouti, figura di spicco della resistenza palestinese, detenuto nelle galere israeliane fin dal 2002. E’ accusato di tutta una sfilza di reati che arrivano fino all’omicidio.
Pare che Barghouti sia intenzionato a presentarsi alle elezioni presidenziali e che per questo abbia già fatto accendere tutte le lampadine rosse nelle stanze del potere di Fatah. Sono infatti molti gli alti papaveri dell’Olp che lo temono e non lo possono sopportare. Barghouti toglierebbe loro fama e, quello che conta di più, la chiave della cassaforte dove arrivano i denari degli aiuti occidentali. Forse anche per questo le elezioni per la Presidenza, previste per il 31 luglio, potrebbero essere rimandate o definitivamente annullate, visto che i consiglieri della Casa Bianca sono già all’opera per trasformare la democrazia da “cosa nostra” a “cosa loro”.