
Data che definire, ovviamente, fatidica è dire poco. Donald Trump ha lasciato a Biden una scomoda eredità, che il nuovo Presidente si è ritrovato tra capo e collo a dovere affrontare in tempi strettissimi. Tutto parte dal traballante accordo di pace raggiunto nel febbraio dell’anno scorso a Doha (Qatar) tra gli Stati Uniti e i talebani. Un’intesa abbastanza raffazzonata, perché quella delle milizie islamiche Pashtun è una galassia molto composita e disarticolata. Insomma, per farla breve, Trump ha siglato un trattato con interlocutori non proprio affidabili, visto che rappresentano solo se stessi. L’ex inquilino dello Studio Ovale, facendo campagna elettorale di sguincio, cercava un successo in politica estera da esibire come feticcio. Per questo i suoi adviser gli avevano consigliato di stringere la mano dei talebani a qualsiasi costo, pur di scappare dall’Afghanistan.
Pensando alla sua rielezione, Trump aveva fissato la “dead line” della ritirata per il prossimo 1° maggio. In cambio, offriva ponti d’oro ai fondamentalisti islamici con l’unica condizione di non attaccare gli uomini e le basi della forza multinazionale presente a Kabul e dintorni. Last but not least, l’ex Presidente Usa chiedeva soprattutto di onorare una clausola: quella di cessare ogni attività di sostegno ad Al Qaida e al Califfato. Questo sulla carta, perché in effetti i talebani hanno proseguito la loro politica di guerriglia, anche se principalmente rivolta verso i militari governativi afghani. A questo punto si inserisce la strategia di Biden, il quale a fronte della confusionaria foreign policy precedente, si è trovato perso. Ha quindi cercato di guadagnare tempo, facendo sapere ai talebani ufficialmente di non potere rispettare per il ritiro la data che era stata concordata in precedenza.
Biden, insomma, ha bisogno di altri cinque mesi per completare il pull-out e tornarsene a casa per concentrare le sue forze e la sua attenzione su altri fronti. Se non è una rotta da un punto di vista militare, poco ci manca, perché dopo vent’ anni e migliaia di morti gli Stati Uniti se ne tornano a casa con le pive nel sacco e, di fatto, lasciano campo libero all’Emirato islamico. Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Pentagono sono chiari e lo hanno fatto capire in tutte le salse. Per loro l’Afghanistan è diventato un nuovo Vietnam ed è ora di dire basta, alla faccia di tutti i proclami sull’esportazione della democrazia e sul rispetto dei diritti fondamentali. E’ chiaro che se io mi ritiro dal campo indipendentemente dalle condizioni di equilibrio militare, sociale ed economico ( che non esiste) più che verso la pace, probabilmente pongo le condizioni per lo scatenarsi di una guerra civile ancor più violenta.
L’impressione degli esperti è che i 300 mila uomini delle forze di sicurezza governative potrebbero squagliarsi come neve al sole non appena l’ultimo soldato americano avrà fatto le valigie. Nei prossimi giorni, a Istanbul, si aprirà una conferenza proprio sull’Afghanistan ospitata dalla Turchia, che coinvolgerà Qatar e Nazioni Unite. Non bisogna essere analisti di primo pelo per capire che, il tentativo di Biden, è un vero e proprio scarica barile verso l’Onu. L’attuale Amministrazione americana mette le mani avanti per indorare la pillola: le conquiste democratiche verranno difese, le donne non saranno lasciate da sole a rivendicare la loro parità e i diritti fondamentali dell’uomo continueranno ad essere tutelati. Questo richiamo sembra una pezza fatta apposta per coprire un buco diventato ormai una voragine.
E’ il parere di esperti come Kate Clark (co-direttrice dell’Afghanistan Analysts Network), di Tamin Asey (Institute for War and Peace) e di Laurel Miller (direttore del Programma Asia presso l’International Crisis Group). A questo punto, tra i diplomatici il pessimismo sembra prevalere. La nuova dottrina Biden che è quella di andare a cercare lo scontro frontale con Russia e Cina impone di svincolarsi da quelle aree di crisi ritenute, a torto o a ragione, “secondarie”. Insomma, alla fine restano vent’ anni di battaglie, buone solo per siglare una pace di facciata che potrebbe scatenare una guerra civile ancora più sanguinosa.

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