Afghanistan, dal ritiro Usa alla guerra civile?
Afghanistan, dal ritiro Usa alla guerra civile?

Il ritorno occidentale a casa dopo 20 crudeli inutili anni, ma che Afghanistan lasciamo? Ancora guerra, certamente, tra le deboli forze governative di Kabul e i talebani e quanto resta di Al Qaeda ed ex Isis che lì ancora sono. E i soldati in abiti civili, ancora quasi 17mila contractors (più di 6000 americani), al servizio di vari committenti governativi afghani e Usa, quali CIA, Dipartimento di Stato ed altre agenzie Usa.

20 anni dopo l’11 settembre 2001

Data che definire, ovviamente, fatidica è dire poco. Donald Trump ha lasciato a Biden una scomoda eredità, che il nuovo Presidente si è ritrovato tra capo e collo a dovere affrontare in tempi strettissimi. Tutto parte dal traballante accordo di pace raggiunto nel febbraio dell’anno scorso a Doha (Qatar) tra gli Stati Uniti e i talebani.  Un’intesa abbastanza raffazzonata, perché quella delle milizie islamiche Pashtun è una galassia molto composita e disarticolata. Insomma, per farla breve, Trump ha siglato un trattato con interlocutori non proprio affidabili, visto che rappresentano solo se stessi. L’ex inquilino dello Studio Ovale, facendo campagna elettorale di sguincio, cercava un successo in politica estera da esibire come feticcio. Per questo i suoi adviser gli avevano consigliato di stringere la mano dei talebani a qualsiasi costo, pur di scappare dall’Afghanistan.

La mancata rielezione di Trump

Pensando alla sua rielezione, Trump aveva fissato la “dead line” della ritirata per il prossimo 1° maggio. In cambio, offriva ponti d’oro ai fondamentalisti islamici con l’unica condizione di non attaccare gli uomini e le basi della forza multinazionale presente a Kabul e dintorni. Last but not least, l’ex Presidente Usa chiedeva soprattutto di onorare una clausola: quella di cessare ogni attività di sostegno ad Al Qaida e al Califfato. Questo sulla carta, perché in effetti i talebani hanno proseguito la loro politica di guerriglia, anche se principalmente rivolta verso i militari governativi afghani. A questo punto si inserisce la strategia di Biden, il quale a fronte della confusionaria foreign policy precedente, si è trovato perso. Ha quindi cercato di guadagnare tempo, facendo sapere ai talebani ufficialmente di non potere rispettare per il ritiro la data che era stata concordata in precedenza.

Altri cinque mesi per il ritiro

Biden, insomma, ha bisogno di altri cinque mesi per completare il pull-out e tornarsene a casa per concentrare le sue forze e la sua attenzione su altri fronti. Se non è una rotta da un punto di vista militare, poco ci manca, perché dopo vent’ anni e migliaia di morti gli Stati Uniti se ne tornano a casa con le pive nel sacco e, di fatto, lasciano campo libero all’Emirato islamico. Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Pentagono sono chiari e lo hanno fatto capire in tutte le salse. Per loro l’Afghanistan è diventato un nuovo Vietnam ed è ora di dire basta, alla faccia di tutti i proclami sull’esportazione della democrazia e sul rispetto dei diritti fondamentali. E’ chiaro che se io mi ritiro dal campo indipendentemente dalle condizioni di equilibrio militare, sociale ed economico ( che non esiste) più che verso la pace, probabilmente pongo le condizioni per lo scatenarsi di una guerra civile ancor più violenta.

Governo afghano inconsistente

L’impressione degli esperti è che i 300 mila uomini delle forze di sicurezza governative potrebbero squagliarsi come neve al sole non appena l’ultimo soldato americano avrà fatto le valigie. Nei prossimi giorni, a Istanbul, si aprirà una conferenza proprio sull’Afghanistan ospitata dalla Turchia, che coinvolgerà Qatar e Nazioni Unite. Non bisogna essere analisti di primo pelo per capire che, il tentativo di Biden, è un vero e proprio scarica barile verso l’Onu. L’attuale Amministrazione americana mette le mani avanti per indorare la pillola: le conquiste democratiche verranno difese, le donne non saranno lasciate da sole a rivendicare la loro parità e i diritti fondamentali dell’uomo continueranno ad essere tutelati. Questo richiamo sembra una pezza fatta apposta per coprire un buco diventato ormai una voragine.

Pace di facciata guerra civile alle porte

E’ il parere di esperti come Kate Clark (co-direttrice dell’Afghanistan Analysts Network), di Tamin Asey (Institute for War and Peace)  e di Laurel Miller (direttore del Programma Asia presso l’International Crisis Group). A questo punto, tra i diplomatici il pessimismo sembra prevalere. La nuova dottrina Biden che è quella di andare a cercare lo scontro frontale con Russia e Cina impone di svincolarsi da quelle aree di crisi ritenute, a torto o a ragione, “secondarie”. Insomma, alla fine restano vent’ anni di battaglie, buone solo per siglare una pace di facciata che potrebbe scatenare una  guerra civile ancora più sanguinosa.

CHI C’È ANCORA IN AFGHANISTAN?

Dal picco di oltre 132.300 soldati stranieri del 2011, ai 9.592 di febbraio 2021, schierati nell’Operazione Resolute Support della NATO. Militari da 36 diversi Paesi. La presenza ufficiale degli americani, da luglio 2020, si è ridotta da 13.000 a 8.600 chiudendo anche 5 basi. 4.500 uomini a fine 2020, e soli 2500 dal 15 gennaio, la presenza più bassa dal 2001, inizio delle operazioni Usa nel Paese.

Poi i numeri ufficiosi ma reali

In realtà, i soldati americani in divisa o senza, attualmente sarebbero 3.500. Almeno altri 1.000, tra operatori delle Forze Speciali al seguito di CIA ed altre agenzie governative, oltre ad unità ‘temporanee e di transizione’. Nel Paese sono presenti anche contractors al servizio di vari committenti governativi quali CIA, Dipartimento di Stato ed altre agenzie.
L’unica rendicontazione disponibile riguarda solamente quelli del Dipartimento della Difesa, spiega Pietro Orizio su Analisi difesa. Dopo il picco raggiunto nel marzo 2012 con 127.277 contractors, oggi ne sarebbero rimasti 16.832. Di questi 6.147 sono cittadini americani, 6.399 di altri Paesi e 4.286 locali.

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AVEVAMO DETTO

Tags: Afghanistan
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