• 10 Aprile 2021

Al-Shabaab, jihadismo di Somalia, terrore in Africa

Al-Shabaab

Al-Shabaab, filiazione delle corti islamiche in Somalia, torna a colpire in casa, dopo aver sconfinato col terrore in mezzo corno d’Africa e verso sud, in Mozambico ad esempio. A fine marzo l’attacco e la conquista della città di Palma da parte del gruppo Ahlu al Sunna wa al Jamaa, filiazione locale di Al-Shabaab, che ora torna a colpire in casa, in Somalia, con attacchi diretti a due postazioni delle forze armate somale. Pessimo segnale, spiega Orteca.

Lo jihadismo islamico non è finito col califfato ex Isis

Lo scontro all’ultimo sangue col jihadismo islamico non è cominciato con Al Qaida e non è finito col califfato dell’Isis. Ma quella che finora è stata la vera emergenza delle relazioni internazionali del ventunesimo secolo ormai si è diffusa a macchia di leopardo, tanto che diventa difficile confinarla geograficamente e ideologicamente. Ieri, per esempio, è tornato a colpire uno dei gruppi terroristici  più pericolosi: quello di Al-Shabaab ( “i giovani”) che ha le sue basi in Somalia e cha allunga i suoi tentacoli fino al Kenya e alle acque dell’Oceano Indiano. I fondamentalisti, che ormai operano in prevalenza nel sud del Corno d’Africa, quasi al confine col Kenya, hanno assaltato due  caserme dell’esercito nelle cittadine di Awdheeglee e Bariire. Il bilancio sarebbe di una trentina di morti tra i soldati e di alcune decine tra i terroristi, che hanno usato anche veicoli-bomba, esplosivi e mitra. Di per sé, nulla di nuovo sotto il sole africano, perché gli Shabaab piantano rogne da almeno 15 anni, cioè da quando le Corti Islamiche vennero sconfitte e cacciate da Mogadiscio.

Somalia filo occidentale

Il governo di transizione sostenuto dall’Etiopia e dagli Occidentali fu subito visto come fumo agli occhi dalla componente più dura dei gruppi fondamentalisti, che diedero battaglia con una guerriglia all’ultimo sangue. Shabaab significa “giovani”, ma di freschezza di idee in queste formazioni combattenti assatanate ce né ben poca. In gran parte, si tratta di gruppi di miliziani raccolti intorno ad alcuni veterani reduci dalla lunga guerra civile che ha martoriato la Somalia almeno  negli ultimi trenta anni. Dopo la definitiva sconfitta verificatasi nei primi anni del duemila, i Jihadisti si sono rischierati prevalentemente nel sud del Paese, intorno alla regione di Chisimaio e in qualche caso anche a settentrione, a nord di Mogadiscio  occupando aree rurali dove più facile era il reclutamento di adepti e dove diventava semplice  mimetizzarsi, per  riuscire  a dare battaglia con la tattica del mordi e fuggi.

Jihad e pirateria

Il problema grosso per l’Occidente è che gli Shabaab hanno stretto una specie di cooperazione( in molti casi forzata) con i pirati che infestano le acque del Corno d’Africa, del Golfo di Aden e fino allo Stretto di Bab el Mandeb, porta di accesso al Mar Rosso e , transitivamente al Canale di Suez. A questo proposito,  sembra che i terroristi islamici impongano addirittura ai pirati una sorta di “protezione”, chiedendo loro di versare un  “pizzo” del 20 % sul ricavato dei sequestri. Un danno enorme alla navigazione che ha fatto lievitare notevolmente anche i premi per i rischi assicurativi. Dall’altro lato, c’è anche la carica di instabilità che questo nucleo di sanguinari miliziani ( oggi dovrebbero essere circa 5000)  ha portato in tutta la regione. Basti solo pensare agli sconvolgimenti causati nel vicino Kenya, la cui principale fonte di reddito, tra le altre cose, è il turismo.

Turismo occidentale bersaglio

Bene, proprio la specialità degli Shabaab è quella di assaltare alberghi, supermercati e campus universitari. Tristemente noto è stato l’attentato condotto nel residence accademico keniota di Garissa, che ha fatto 150 morti. D’altro canto,  la vocazione a una internazionale terroristica delle milizie somale  viene dalla loro piena adesione ai principi di al Qaida , così come ufficialmente annunciato nel 2012. Ovviamente, gli analisti conoscono bene la volatilità di certe operazioni di facciata che tendono a mettere  assieme, forzatamente, sotto un’unica etichetta, anime diverse. E infatti l’adesione all’organizzazione terroristica numero uno dell’Islam fondata da Osama bin Laden, ha provocato degli sconquassi in seno alla dirigenza e all’organizzazione degli Shabaab, che si sono spaccati. Questo ha aumentato la confusione anche nel campo avversario, perché gli occidentali non sono più stati in grado di leggere le  intenzioni e le  mosse di un gruppo così disarticolato.

Iper attivismo terrorista

E infatti, a scorrere il “curriculum”   delle nefandezze compiute dai gruppi degli Shabaab c’è proprio da perdersi. Se dovessimo fare un’analisi comparativa con la produzione terroristica di analoghe organizzazioni, diremmo e che i jihadisti somali sono in assoluto i più attivi. Anzi, peggio: sembrano morsicati da una tarantola. Auto-bomba, assalti kamikaze, imboscate a raffiche di mitra, mattanze in decine di alberghi e veri e propri attacchi mirati e sanguinari contro le caserme dell’esercito e dell’Unione Africana si sono susseguiti dal 2008 in poi come se fossero scanditi da un metronomo. Gli Shabaab non hanno paura di niente e anche se inseguiti dai droni americani e da tutta l’intelligence occidentale, riescono sempre a colpire con feroce determinazione. Per autofinanziarsi non taglieggiano solo i pirati, ma fanno lo stesso con i contadini e con semplici viaggatori costretti a pagare una tassa ai loro improvvisati posti di blocco.

Eritrea a destabilizzare il Corno d’Africa

Con gli Shabaab non si scherza e trovarsi a passare da quelle parti o andare in certe zone definite pericolose del Kenya significa proprio cercarsela. Una saggia considerazione che ammette poche repliche. Gli americani lo sanno e cercano in tutti i modi di anticipare le mosse di un’organizzazione che proprio perché è poco “organizzata” scivola e scompare da tutte le parti come l’acqua piovana. Chi aiuta gli Shabaab? Secondo gli esperti, una manina non tanto leggera arriva dall’Eritrea che, in spregio all’Etiopia, fa di tutto per alimentare il fuoco della crisi nel Corno d’Africa. E poi, a leggere le segrete carte, forse ci potrebbero essere tanti altri clamorosi aiutanti che nell’ombra predicano bene e razzolano male.  

Probabilmente, la contabilità della morte che riguarda gli Shabaab e il numero dei loro attentati è talmente diversificato che forse bisognerebbe prendere maggiormente sul serio la loro destabilizzante presenza in quell’aria dimenticata del pianeta che è diventato il Corno d’Africa

Piero Orteca

Piero Orteca

Piero Orteca, giornalista, analista e studioso di politica estera, già visiting researcher dell’Università di Varsavia, borsista al St. Antony’s College di Oxford, ricercatore all’università di Maribor, Slovenia. Notista della Gazzetta del Sud responsabile di Osservatorio Internazionale

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