
«Uno a uno sullo schermo sono passati i busti, le maschere e il nome in geroglifici di 18 faraoni dalla 17esima alla 20esima dinastia e di quattro regine», precisano le cronache. Parata dorata che ieri ha accompagnato le 22 mummie dallo storico edificio di Tahrir al Museo nazionale della civilizzazione egiziana, il nuovo complesso costruito ad al-Fustat, l’antica capitale omayyide e la prima islamica d’Africa, oggi assorbita dalla straripante capitale del Cairo.
Il presidente Abdel Fattah al-Sisi con segretario generale dell’Organizzazione mondiale del Turismo e la direttrice dell’Unesco ha accolto le mummie e inaugurato il nuovo museo. Al-Sisi con telecamere a suo favore, per la camminata in solitaria lungo un corridoio illuminato di blu. L’ascesa alla gloria con le opere di restauro di questi anni, tutte mostrate i video e tutte «volute e inaugurate da sua eccellenza il Presidente».
«Figuranti vestiti da antichi egizi con in mano lampade a illuminare la via, bambini in bianco e blu, l’orchestra seduta e i tamburi in marcia e infine i sarcofagi, portati in jeep per l’occasione trasformate in carri egizi dorati», la cronaca decisamente critica di Chiara Cruciati, che subito passa all’attualità di un Egitto ben diverso da quello che l’attuale potere ha voluto sfarzosamente rappresentare.

Un’operazione magnificente a poco più di una settimana dalla figuraccia del blocco del Canale di Suez. L’allargamento dell’istmo, e il nazionalismo promosso dall’ex generale al-Sisi in questi quasi sette anni di incontrastato potere, parte di un progetto unico. «Una nuova capitale, un nuovo Canale, la trasformazione della città vecchia del Cairo in un hub residenziale a cinque stelle, la rimozione – o meglio, l’oblio attraverso lo spostamento forzato – della povertà».
«Il rafforzamento pleonastico di un esercito già monumentale con acquisti di armi al ritmo di una superpotenza, la pianificazione di lussuose linee ferroviarie ad alta velocità per turisti e classe alta, il ruolo nella crisi libica: tessere di un mosaico che ha alla base una visione precisa, fare dell’Egitto quel che era stato nel passato, il cuore pulsante politico del mondo arabo». Promozione politico-turistica in grande, per un Paese che resta comunque un ‘gigante coi piedi d’argilla’, un Paese che resta povero.
«Il 30% degli egiziani vive sotto la soglia di povertà (45 dollari al mese), un altro 30% poco sopra. I tagli ai sussidi per i beni di prima necessità – dall’elettricità ai prodotti alimentari – sono stati in questi anni al centro di battaglie andate ad affievolirsi tra chi protestava nelle strade e il governo, che ha chiesto sacrifici per il bene del paese mentre spendeva miliardi in armi (nel 2019-2020 il budget per la difesa era di 66,3 miliardi, quasi triplicato dai 25 del 2010-2011)».
La proposta di far pagare i vaccini, 10 euro a dose in un paese in cui il salario medio si aggira sui 317 euro mese. Un’inchiesta due giorni fa dell’agenzia Mada Masr sulla «moria» di edifici in Egitto. «Crollati per mancati restauri quelli antichi, perché costruiti con materiali scadenti quelli nuovi. Non ci sono soldi, lamentano gli amministratori locali, né per demolire quelli pericolanti né per ristrutturarli». Paese povero ma potere incattivito, «ostaggio di un regime che criminalizza ogni forma di dissenso».