• 10 Aprile 2021

Lo Stato islamico alla conquista dell’Africa, in Mozambico gas guerra e massacri

Stato islamico alla conquista dell’Africa, in Mozambico gas guerra e massacri

Avanzata incredibilmente rapida e violenta dello Stato islamico in Mozambico come già visto in Siria e in Iraq nel 2013-2014. Pressa la città di Palma, nella regione di Cabo Delgado, sulla costa del paese africano e molto vicina al confine con la Tanzania, seconda città a cadere dopo Mocimboa da Praia finita nelle mani degli islamisti l’estate scorsa. Quarantamila persone in fuga verso la Tanzania. Si teme che circa cinquanta stranieri, siano morti. Un comunicato dello Stato islamico cita l’uccisione di cittadini “delle nazioni crociate”.

Nell’area colpita, sono presenti anche le italiane Saipem e Bonatti, con decine di dipendenti, che sono riuscite ad evacuare il loro personale.

Donna nascosta e imbarcazioni in fuga

Cosa c’è dietro l’attacco in Mozambico

«L’attacco terroristico a Cabo Delgado dev’essere più di un campanello d’allarme. Le infiltrazioni jihadiste in una zona ricca di risorse naturali, ma tra le meno sviluppate del paese, sono una miscela esplosiva».

L’allarme lanciato dell’Istituto studi di politica internazionale, l’Isp. Attacco del gruppo Ahlu al Sunna wa al Jamaa, più noto come al-Shabaab. Secondo Site, l’agenzia che segue sul web la galassia jihadista, gli assalitori affermano di aver ucciso almeno 55 persone, tra “soldati mozambicani, cristiani e occidentali” e di aver ormai preso il controllo di Palma, città di 75.000 abitanti alla frontiera con la Tanzania, vicino a un importante sito di estrazione di gas

Un attacco annunciato

L’attacco a Palma non era inatteso, denuncia ancora Ispi. La provincia di Cabo Delgado era già segnata da una insurrezione interna con oltre 2mila vittime e 670mila sfollati. Ad agosto, gli al-Shabaab hanno attaccato e preso il controllo della città portuale di Mocímboa da Praia. Gruppi armati estremamente violenti, con decapitazioni di massa e fuga di civili, e una vasta crisi umanitaria che il governo mozambicano cercava di nascondere. . All’origine della rivolta, secondo analisti ed esperti, sarebbe la condizione di marginalizzazione socio-economica e l’esclusione delle comunità locali dallo sfruttamento delle risorse naturali del territorio.

Le multinazionali occidentali

Palma, la città ora in mano jihadista, è a pochi chilometri dalla penisola di Afungi che ospita un impianto di gas naturale ed è al centro di un progetto multimiliardario gestito dal colosso energetico francese Total. Sono presenti anche le italiane Saipem e Bonatti, con decine di dipendenti locali e stranieri, che sono riuscite ad evacuare il personale.

Insorti e repressione governativa

La grave crisi in corso è il prodotto immediato degli attacchi degli insorti jihadisti, ma ha alle spalle una repressione indiscriminata delle forze armate mozambicane, che -sempre Ispi- «nel corso degli anni hanno fatto ricorso ad arresti arbitrari ed esecuzioni sommarie aggravando lo scontento e alimentando l’astio nei confronti del Frelimo, il partito al potere sin dal 1975 e di un governo lontano, accusato di incapacità e corruzione».

Miniera Mozambico

Poco prima dell’attacco, l’azienda francese Total aveva annunciato la ripresa delle operazioni nella penisola di Afungi, dopo aver avuto garanzia di copertura militare da parte del governo. Cabo Delgado, per decenni una delle zone più povere e sottosviluppate del Mozambico, dopo la scoperta di giacimenti di gas naturale e pietre preziose nel 2010, è improvvisamente divenuto l’Eldorado del paese.
Una ricchezza del sottosuolo che ha portato alla popolazione solo altra miseria, sfollamenti e violenze.

Negli ultimi dieci anni, il governo ha rimosso con la forza intere comunità da terreni di proprietà statale, che ha poi dato in concessione a società private per la ricerca di rubini, pietre preziose e gas naturale.

Migliaia di persone che hanno perso la terra su cui facevano affidamento per avere cibo, riparo e un reddito. David Matsinhe, attivista per i diritti umani denuncia al Guardian: «Quando si parla dei predicatori radicali che vengono per reclutare i giovani, ci si dimentica che il governo ha fatto per loro circa l’80% del lavoro. Più di qualsiasi influenza da parte di gruppi terroristici internazionali. E i predicatori vengono solo a raccogliere i frutti».

Bomba jihadista innescata

Secondo le stime, il Mozambico ‘siede’ su un giacimento di gas naturale che, una volta sfruttato, ne farebbe il secondo produttore mondiale dopo il Qatar. Al progetto, che ha comportato un investimento enorme di risorse, partecipano altre aziende oltre Total, tra cui l’italiana ENI e l’americana ExxonMobil. Un affare da 150 miliardi di euro in uno dei paesi più poveri dell’Africa orientale e dell’intero continente. Dopo l’attacco, però, Total ha nuovamente sospeso i lavori, e ha annunciato che ridurrà al minimo il personale, aumentando le norme di sicurezza per garantirne l’incolumità.

Invece che trattare con la popolazione, contractors

Ancora più repressione per la popolazione. «Previsto l’arrivo di altri contractor stranieri che, come Dyck Advisory Group (DAG) e Paramount Group, già presenti nella zona». Il mese scorso il dipartimento di Stato ha inserito tra i destinatari delle sanzioni statunitensi il leader di al-Shabaab Abu Yasir Hassan. E il Portogallo -paese che colonizzò l’attuale Mozambico- ha deciso di inviare unità militari per sostenere il governo centrale, col rischio di militarizzare ulteriormente il conflitto.

«Gli ingredienti ci sono tutti: ricchezze naturali, instabilità, corruzione e interventi militari esterni. Come già provato altrove, è la ricetta di un disastro perfetto».

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