L’agente Derek Chauvin sul banco degli imputati, assieme ad un pezzo d’America. Giustizia per il 46enne afroamericano ucciso brutalmente e l’irrisolto problema dell’eccesso di violenza da parte della polizia soprattutto verso le minoranze, con l’accusa frequente di razzismo.

Il video della morte di George Floyd, a terra per 9 minuti con il ginocchio di Chauvin sul collo a toglierli il respiro sino ad ucciderlo, ha esposto clamorosamente il volto sporco dell’America, a prendere atto e a denunciare il razzismo anche violento che ancora segna il Paese più inter razziale nel mondo. Ed ecco il movimento Black Lives Matter, di cui “Big Floyd” è divenuto un simbolo, una bandiera di rivendicazioni.
Per scegliere la giuria ci sono volute settimane, a cercare imparzialità e oggettività nei giurati. Tutti anonimi, per rispetto della segretezza, e le telecamere non potranno inquadrarli. Su di loro una responsabilità enorme. Non solo la vita dell’agente di polizia accusato di omicidio. Ma è un processo all’America stessa. Questa volta i fatti sui cui giudicare sono stati visti da tutti, e tutti alla fine, giudicheranno il giudizio.
Nei 10 mesi trascorsi dalI’uccisione Floyd, dati raccontano di un’escalation di violenza in tutti gli Stati Uniti, in un anno in cui la crisi economica e sanitaria sono piombate su un contesto sociale già difficile. E nel quartiere Near North, il cuore storico di Black Minneapolis e intorno a George Floyd Square, dove l’uomo ha smesso di respirare, la gente non ha molta fiducia che Chauvin sarà condannato. Sfiducia prima della rabbia.
nei quartieri bianchi attesa media 6 minuti, in quelli neri 51, hanno cronometrato gli estensori della causa subito presentata contro la nuova legge.