Quattro uomini prendono la cassa, la agganciano alla gru e la calano nella fossa, già pronta. In quella manciata di minuti, viene concesso ai parenti di scendere dall’auto per dare un estremo saluto. Quando la terra inizia a coprire il feretro, i familiari devono risalire in macchina e lasciare il posto al successivo carro funebre.

«Con appena il 2,7 per cento della popolazione mondiale, il Brasile concentra l’11 per cento dei decessi globali. Là, dunque, il Covid uccide quattro volte di più rispetto al resto del pianeta. E nell’ultima settimana, ha accumulato il 25 per cento delle vittime mondiali. E buona parte ha meno di sessant’anni. La mortalità dei ricoverati fra 18 e 45 anni è addirittura triplicata da febbraio». Colpa, certo, della variante amazzonica, più aggressiva e letale, ma prima di quella e forse alla sua origine, l’irresponsabile negazionismo del presidente Bolsonaro.
L’Agenzia Onu per la salute ha chiesto alle autorità brasiliane di «prendere la crisi più seriamente e di operare un allineamento di poteri per uscire dal tunnel». Il braccio di ferro tra i governatori degli Stati, favorevoli a lockdown e restrizioni, e Bolsonaro radicalmente contrario, va avanti dall’inizio della pandemia, alimentando il caos e i contagi. «Solo all’inizio della settimana, Bolsonaro ha creato una task force di consulenti scientifici l’emergenza. La decisione – arrivata con un anno di ritardo e 300mila morti di troppo gli è stata “estorta” dal Congresso, in piena rivolta».
Perfino gli alleati si sono smarcati dal presidente. «Il capo della Camera, Arthur Lima – esponente della coalizione di centro-destra il cui sostegno è cruciale per l’esecutivo – non ha esitato ad agitare lo spettro dell’impeachment per convincerlo. Un’ipotesi non troppo remota: sono decine le richieste di messa in stato d’accusa presentate da opposizione, attivisti, società civile».
L’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha accusato Bolsonaro di essere il responsabile «del genocidio più grande della storia».
Tuttavia, quest’ultimo non sembra intenzionato a cambiamenti. Mercoledì, mentre il bollettino dei morti superava per la prima volta quota 3mila (senza però fermarsi i giorni dopo), il presidente difendeva in tv la propria strategia. E il neo-ministro della Sanità, Marcelo Queiroga – il quarto dall’inizio della crisi – ha ribadito il no alla quarantena nazionale. Nel frattempo, gli ospedali scoppiano.
«Tre Stati – Acre, Rondônia e Rio Grande do Sul – non hanno più un letto libero in terapia intensiva. In metà del Paese e in 19 capoluoghi su ventisei, queste ultime sono piene al 90 per cento. Anche chi trova posto, poi non sempre riceve ossigeno. E non scarseggia solo quest’ultimo: i farmaci rischiano di esaurirsi in due settimane».
Con i numeri attuali, tuttavia, quattro mesi sembrano un tempo infinito. Il bilancio delle vittime destinato a peggiorare, e per la fine del 2021 potrebbe superare quello degli Stati Uniti malgrado il Paese abbia solo due terzi della popolazione americana.