
Va anche detto che la severità virtuosa attuale dei grandi social contro la disinformazione sanitaria pericolosa è stata all’inizio assecondata perché vantaggiosa finanziariamente. «Vantaggi sia per chi la diffondeva sia per chi ne permetteva, spesso facilitandola, la distribuzione a più utenti possibili». Superata quella prima fase di superficiale irresponsabilità, di fronte alla catastrofe planetaria della pandemia, ora la corsa ai ripari. Tardi, troppo tardi. Secondo l’Associated Press, su Facebook e Instagram, ci sono ancora decine di pagine dedicate alla propaganda di false informazioni sanitarie. Nell’ultimo anno Twitter ha rimosso 8400 post di disinformazione sul Covid e ha di recente introdotto un sistema “a punti” che porta dopo un certo numero di infrazioni all’eliminazione dell’account.
Facebook dice di aver “etichettato” come possibile disinformazione oltre 167 milioni di post dall’inizio della pandemia. E Youtube ha rimosso 30.000 video solo da ottobre. Dall’inizio della pandemia oltre 800.000 i video rimossi perché diffusori di false notizie sul coronavirus. Ma la battaglia per arginare il virus della disinformazione sanitaria è complessa e certamente tardiva.
Almeno la metà delle decine di siti organicamente bugiardi identificati da Newsguard (servizio di certificazione di credibilità), sono attivi su Facebook, Twitter e Youtube. In Italia, esempio, il videoblog e canale tv Byoblu, è stato recente sospeso per due settimane da Youtube per aver diffuso un servizio di attacco ai vaccini anti Covid ritenuto privo di fondamento scientifico. Ma in rete circola moltissimo materiale di questa e altre pubblicazioni digitali che diffondono teorie pseudoscientifiche.
Negli Stati Uniti, racconta AP, «Il sito The Truth About Cancer nutre da anni il suo oltre milione di follower su Facebook di notizie false su come i vaccini provochino autismo e danni cerebrali nei bambini». Di recente la pagina su Facebook ha smesso di pubblicare post sui vaccini e ha dirottato i suoi follower tramite newsletter sul sito per evitare la “censura” dei social.
Ora l’uso dei social come base di lancio per creare una community attiva poi via sito, newsletter, gruppi whatsapp a volte disposta a pagare per prodotti come libri o pozioni pseudo curative. Il britannico Center for Countering Digital Hate, ha puntato l’attenzione su un social come Instagram (gruppo Facebook) finora ritenuto veicolo di messaggi prevalentemente positivi.
L’algoritmo di Instagram per veicolare messaggi di diversa natura agli utenti che si sono dimostrati ricettivi ad alcuni argomenti. Ed ecco che una persona che guarda post cospirazionisti di QAnon vedrà comparire tra i post consigliati materiali no vax o di suprematisti bianchi. Secondo il Centro contro l’odio digitale, la produzione di questi post non è casuale e individuale: «Esiste un’industria no vax organizzata e disciplinata», dicono.
Gli account no vax in lingua inglese avrebbero oltre 59 milioni di follower. Il loro obiettivo è minare la fiducia nell’establishment scientifico. «I professionisti della salute devono persuadere il pubblico a compiere un’azione. I no vax devono solo creare dubbi sulla sua efficacia, sicurezza o necessità. Per questo operano solo attraverso domande».
Per molti anni questa operazione di corrosione della credibilità della scienza è stata condotta nel silenzio delle piattaforma o peggio, con la loro complicità, accusa il Centro contro l’odio digitale. «Hanno scelto di non alienarsi gli utenti no vax che gli valevano introiti valutabili in un miliardi di dollari l’anno». Il traffico generato da queste accese discussioni, le condivisioni, i commenti sono quantificabili in denaro.
Tuttora Facebook continua ad accettare pubblicità pagate di propaganda no vax e Youtube a pubblicare pubblicità nei loro video.