
La mossa più clamorosa è lo stop del sostegno americano alla guerra saudita in Yemen, che ha causato uno delle peggiori crisi umanitarie del mondo, con la morte di migliaia di civili. «Questa guerra deve finire», ha detto Biden, annunciando anche la nomina di un nuovo inviato Usa per lo Yemen, Timothy Lenderking. Una decisione che rimette in discussione i rapporti con Riad, e forse addirittura la successione al trono del principe ereditario mandante del delitto Khashoggi.
Il presidente ha anche ribaltato la decisione di Trump di spostare parte dei soldati Usa in Germania, annunciando inoltre una rivalutazione del Pentagono della presenza delle truppe americane in tutto il mondo. Tutto di rivedere, molto da ripensare, e si torna a ragionare di politica estera vera, non a spallare modello Pompeo e il suo leader.
La scelta di ripartire proprio dallo ‘State department’, e non dal Pentagono o dalla Cia, «a rimettere al centro dell’azione di governo la diplomazia e i diplomatici, spesso evitati, derisi o guardati con sospetto da un presidente come Trump che definiva il ministero “the Deep State Department”», sottolinea l’agenzia Ansa da Washington. Il presidente aveva lanciato i primi segnali di svolta sin dal ‘day one’ alla Casa Bianca, rientrando nell’accordo di Parigi sul clima, ritornando all’Oms e abolendo il bando contro i Paesi a maggioranza musulmana.
L’avversario strategico numero uno resta però la Cina, di cui il governo Biden ha già condannato il genocidio «degli uiguri». Tornano i diritti umani e si litigherà meno di dazi. Un po’ meno. Biden punta a coinvolgere gli alleati europei per contenere le mire espansionistiche e gli abusi del Dragone, valutano gli analisti, mettendo assieme il detto e il non detto ancora.
Svolta anche sull’Afghanistan e sulla Corea del nord, annunciando la revisione dell’accordo di Trump con i talebani per il ritiro delle truppe, e per la Corea del Kim, un nuovo approccio ‘bastone e carota’ per la denuclearizzazione, tra sanzioni ed incentivi.
Gli Usa rientreranno nell’accordo sul nucleare iraniano, ma solo dopo che Teheran tornerà a rispettarlo- tutti a cercare di salvare faccia e forma- ma puntano poi a «una nuova intesa più forte e duratura, con garanzie anche sul programma missilistico».
Dell’eredità trumpiana Biden salva solo gli ‘accordi di Abramo’, la normalizzazione dei rapporti tra Israele e i Paesi Arabi ma non la versione Coloni-Netanyahu, ma recuperando l’impegno internazionale Onu e di tutti gli alleati europei, verso la soluzione dei due Stati nel conflitto con i palestinesi. Di fatto, il dopo Obama dopo i guasti Trump.
Nella ‘big tent’, la grande tenda dove si confrontano le mille diverse anime di ogni partito (basta guardarci in casa), «in quella dei repubblicani c’è un “gran casino”», riprende dal Washington Post Paola Peduzzi sul Foglio.