Addio 'America first' e a Trump: Biden avverte Putin-Xi, scarica Riad sullo Yemen e chiama Europa
Addio ‘America first’ e Trump: Biden avverte Putin-Xi, scarica Riad sullo Yemen e chiama Europa

Joe Biden mette in guardia Russia e Cina, scarica Riad sulla guerra in Yemen e tende la mano agli alleati, partendo dalla Germania, dove blocca il parziale ritiro delle truppe deciso dal suo predecessore. Sono le principali mosse annunciate al Dipartimento di Stato, nella sua prima visita ad un ministero (insieme alla vice Kamala Harris) e nel suo primo discorso sulla politica estera da quando si è insediato. Un intervento che suggella la fine dell’America first di Donald Trump e la rinnovata adesione al multilateralismo.

«La diplomazia e l’America sono tornate

La visione di Joe Biden del mondo. «Non sono Trump, reagiremo ad azioni ostili di Mosca e Pechino», avverte. Senza tante roboanti parole il cheto Biden, e certamente dalla capitali interessate l’attenzione è massima. «E’ arrivato il momento di fronteggiare gli autoritarismi di Cina e Russia», ha esordito. Prima attenzione alla Russia del caso Navalny di cui ha chiesto la liberazione. L’importante rinnovo del New Start, l’ultimo trattato con la Russia per il controllo degli arsenali nucleari, ma possibili ritorsioni sui diritti umani o ad azioni ostili dirette. Putin avvertito e arsenali nucleari salvati, il vero ‘Dopo Trump’ viaggia verso il Medio Oriente.

Basta macello saudita in Yemen

La mossa più clamorosa è lo stop del sostegno americano alla guerra saudita in Yemen, che ha causato uno delle peggiori crisi umanitarie del mondo, con la morte di migliaia di civili. «Questa guerra deve finire», ha detto Biden, annunciando anche la nomina di un nuovo inviato Usa per lo Yemen, Timothy Lenderking. Una decisione che rimette in discussione i rapporti con Riad, e forse addirittura la successione al trono del principe ereditario mandante del delitto Khashoggi.

Basta fuga dall’Europa

Il presidente ha anche ribaltato la decisione di Trump di spostare parte dei soldati Usa in Germania, annunciando inoltre una rivalutazione del Pentagono della presenza delle truppe americane in tutto il mondo. Tutto di rivedere, molto da ripensare,  e si torna a ragionare di politica estera vera, non a spallare modello Pompeo e il suo leader.

State departement e non Pentagono o Cia

La scelta di ripartire proprio dallo ‘State department’, e non dal Pentagono o dalla Cia,  «a rimettere al centro dell’azione di governo la diplomazia e i diplomatici, spesso evitati, derisi o guardati con sospetto da un presidente come Trump che definiva il ministero “the Deep State Department”», sottolinea l’agenzia Ansa da Washington. Il presidente aveva lanciato i primi segnali di svolta sin dal ‘day one’ alla Casa Bianca, rientrando nell’accordo di Parigi sul clima, ritornando all’Oms e abolendo il bando contro i Paesi a maggioranza musulmana.

Cina l’avversario  numero uno

L’avversario strategico numero uno resta però la Cina, di cui il governo Biden ha già condannato il genocidio «degli uiguri». Tornano i diritti umani e si litigherà meno di dazi. Un po’ meno. Biden punta a coinvolgere gli alleati europei per contenere le mire espansionistiche e gli abusi del Dragone, valutano gli analisti, mettendo assieme il detto e il non detto ancora.

Afghanistan e Corea del Nord

Svolta anche sull’Afghanistan e sulla Corea del nord, annunciando la revisione dell’accordo di Trump con i talebani per il ritiro delle truppe, e per la Corea del Kim,  un nuovo approccio ‘bastone e carota’ per la denuclearizzazione, tra sanzioni ed incentivi.

Iran, nuovo accordo sul nucleare

Gli Usa rientreranno nell’accordo sul nucleare iraniano, ma solo dopo che Teheran tornerà a rispettarlo- tutti a cercare di salvare faccia e forma- ma puntano poi a «una nuova intesa più forte e duratura, con garanzie anche sul programma missilistico».

Di Trump salvo solo Abramo

Dell’eredità trumpiana Biden salva solo gli ‘accordi di Abramo’, la normalizzazione dei rapporti tra Israele e i Paesi Arabi ma non la versione Coloni-Netanyahu, ma recuperando l’impegno internazionale Onu e di tutti gli alleati europei, verso la soluzione dei due Stati nel conflitto con i palestinesi. Di fatto, il dopo Obama dopo i guasti Trump.

DIFFICILE DOPO TRUMP IN CASA REPUBBLICANA

Nella ‘big tent’, la grande tenda dove si confrontano le mille diverse anime di ogni partito (basta guardarci in casa), «in quella dei repubblicani c’è un “gran casino”», riprende dal Washington Post Paola Peduzzi sul Foglio.

 Cosa fare del trumpismo e dei suoi figli

Per ora scelgono di far convivere l’impossibile. Il Partito repubblicano alla Camera ha votato Liz Cheney come numero tre del partito, nonostante sia a favore dell’impeachment dell’ex presidente Donald Trump, e per confermare Marjorie Taylor Greene nella commissione Istruzione e Lavoro del Congresso, nonostante abbia sostenuto idee complottiste di QAnon. Salvo poi vedersela esclusa da ogni incarico con voto del Congresso, compresi 11 repubblicani.

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