• 24 Giugno 2021

Lo sradicamento degli alberi e del nostro abitare

Lo sradicamento degli alberi e del nostro abitare

Resto sempre attonito di fronte alla stupidità e violenza con la quale trattiamo il mondo che abitiamo. Non parlo dei macrosistemi, del riscaldamento globale, cioè di cose che il cittadino medio ritiene materia di competenza di esperti, quindi se ne fotte come se ne fotte di quasi tutto quello che riguarda il proprio futuro. Non parlo di tutte queste robe da esperti e da arene mediatiche nelle quali prendere parte telecomandati per stare da una parte o dall’altra, non capendo un ciufolo di quello che stiamo facendo, vedendo, sostenendo.
No, non parlo di ciò che facciamo senza capire, senza mai chiederci un perché, ma obbedendo acriticamente ad altrui vantaggiose risposte, senza fantasia, senza immaginazione, senza libertà. Parlo della vita di ogni giorno, del suono dei passi, del silenzio, della strada di casa.

Nei giorni scorsi ho visto alberi su alberi sradicati, tagliati, accatastati lungo una strada. Davano fastidio, la risposta a una mia legittima domanda. E ho visto lo sfacelo dei nostri boschi distrutti per il loro bene, abbattuti per evitare incendi. Cioè rasi al suolo per evitare che un incendio possa raderli al suolo, dicono i paraculi. Nel disinteresse. Come se un albero potesse essere segato a piacimento, per comodità, per disinteresse nei confronti dell’interesse feroce di chi ha messo su l’industria del disboscamento con tanto di certificazioni politiche.

E penso che simbolicamente lo sradicamento non riguarda solo l’albero che dà fastidio. Riguarda tutti noi, riguarda la comunità che confusa dalle mille voci del progresso e del valore simbolico del potere, del denaro e del profitto, cede inconsapevolmente il proprio bene primario, i propri diritti umani di futuro al nemico sconosciuto che opera culturalmente come una pialla: azzerando differenze, rendendo scenografico e conforme a chissà quale dettato il territorio e l’umanità che lo abita.

Nell’albero sradicato vedo il conformismo dell’epoca scintillante e vuota. Così come nella bruttezza del fumatore che getta la cicca per strada, nell’ottusità del proprietario del cane che non raccoglie le cacche dalle strade del suo paese e che forse, un giorno, ne calpesterà una. Nella maleducazione di chi non saluta, del disinteresse nei confronti della propria terra sempre più sconosciuta, sempre più cartolina in vendita, luogo di baloccamento da ricchi furboni.

Parlo dell’abitare in un territorio, facendo parte della comunità. Oppure, per meglio chiarire la premessa, parlo dello sradicamento dalla comunità di valori, dell’abitare casualmente e mediaticamente al posto dell’abitare civile che – anche in queste fasi buie e truci – potrebbe esserci d’aiuto per meglio guardare al futuro con la consapevolezza di ciò che è il patrimonio di una comunità. E su ciò che invece lo sradica come bene comune rendendolo fruibile per pochi come bene privato.

Antonio Cipriani

Antonio Cipriani

Giornalista con una vocazione per il lato oscuro delle storie ufficiali, dopo una lunga esperienza all’Unità ha studiato e realizzato progetti editoriali che avessero al centro la democrazia dell’informazione. Ha partecipato alla costruzione di E Polis, di DNews e di Globalist syndication. Stagione professionale chiusa, si sta dedicando a nuovi idee. Dopo aver contribuito all’invenzione del progetto editoriale-artistico Emergenze, il cui collettivo ha dato vita all’Edicola 518, ha realizzato la rivista artistica e rurale Magnifica Terra e ha fondato Vald’O, la vineria letteraria a San Quirico d’Orcia. Crede nel giornalismo di strada e nei progetti territoriali, culturali, artistici e narrativi, soprattutto con giovanissimi e pensionati.

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