
A sentire certe dichiarazioni politiche di questi giorni, che precedono la ratifica da parte del Parlamento (dovrebbe avvenire mercoledì) della riforma del MES, questa metterebbe “a rischio il risparmio di cittadini ed imprese”. Non è così, anzi il contrario e vedremo perché. Prima, però, è il caso di accennare alla confusione, non sappiamo quanto consapevole, che sta gravando sul tema. Si tende a mettere insieme la riforma in discussione, facendo credere che ciò comporti l’automatica adozione del Meccanismo di stabilità da parte dell’Italia. Anche in questo caso, non è così: non è necessario e al momento non ci serve. Ancora: si confonde il Mes in generale con la linea di credito “covid”, che sarebbe stato opportuno adottare mesi fa per affrontare con maggiore efficacia la recrudescenza del virus. Costava quasi niente e si è persa tra sterili polemiche. Ciò nonostante, anche se tardiva, potrebbe tuttora rafforzare visibilmente il nostro sistema sanitario pubblico. “Non si può fare”, dicono, e non si è capito perché. Sgombrato il campo da questi malintesi e giochi autolesionistici per l’Italia, entriamo adesso nel merito della riforma.
Il Meccanismo europeo di stabilità esiste dal 2012 ed ha la funzione di prestare assistenza agli Stati in difficoltà finanziarie ed ai loro sistemi bancari. L’Italia vi partecipa con una quota del 18%. Con la riforma in itinere vengono migliorate le caratteristiche dell’intervento in caso di dissesto finanziario. A tutela della stabilità degli Stati, dei sistemi economici, dei risparmi dei cittadini, di banche ed imprese.
Si introduce la possibilità di anticipare all’inizio del 2022 l’ “ombrello finanziario” che consente alle banche in difficoltà di non fallire lasciando tutti sul lastrico, ma mantenendo l’operatività con la clientela. Ciò verrebbe fatto utilizzando risorse provenienti dal Mes, quindi mettendo in comune la gestione del rischio, quando quelle ordinarie del Fondo unico di risoluzione per le banche, già esistente, non dovessero bastare. Al fondo di risoluzione versano infatti contributi tutte le banche europee di dimensioni rilevanti. L’ombrello fornito dal Mes assicurerebbe la disponibilità di maggiori munizioni per fare fronte alla eventuale crisi. Parliamo quindi di un meccanismo di sostegno reciproco in Europa, che nel complesso favorisce i cittadini dei Paesi ed i clienti delle banche più deboli. Fermo restante che il Fondo unico bancario dovrà poi negli anni rimborsare il Mes.
Tante storie a suo tempo, quando fu introdotto il “bail in” bancario che addossava le perdite ai risparmiatori, ed adesso che invece si attribuiscono loro maggiori tutele: “no, non si può fare”.
Il ricorso a questo meccanismo non è oggi ipotizzabile, visto che le banche europee, comprese quelle italiane, fruiscono di una certa stabilità. Pensare, però, come far fronte a possibili guai futuri non è sbagliato. Questa riforma, infine, è il presupposto di quella assicurazione comune dei depositi bancari in Europa di cui si parla da tempo.
Le clausole di azione collettiva sul debito degli Stati sono già in vigore dal 2013. Consentono allo Stato emittente titoli di credito di modificarne i termini (per esempio, rimborsarlo in ritardo dopo la naturale scadenza, o solo per una parte) soltanto se c’è una maggioranza di voto qualificata dei suoi creditori. L’iniziativa deve essere presa dallo Stato interessato, presumibilmente solo quando si trova in profonda crisi finanziaria. Le clausole in vigore servono a rendere il processo di default più ordinato e dovrebbero assicurare una pari dignità di trattamento a tutti i creditori. In realtà, ciò non avviene. Esperienze pregresse di default degli Stati dimostrano che certi fondi speculativi comprano i bond coinvolti a valori minimi (esempio, 10% rispetto al valore teorico di un euro) e rifiutano l’offerta ristrutturata di rimborso da parte dei governi in crisi (esempio, 30 centesimi, invece di un euro). Parliamo di fondi di investimento (chiamiamoli “resistenti”), che spesso fanno ricorso ai tribunali per ottenere rimborsi pieni anche dopo molti anni. E’ successo con l’Argentina e la Grecia, mentre tanti risparmiatori normali, anche italiani, hanno dovuto accontentarsi della percentuale offerta da quegli Stati. Per evitare questa evidente discriminazione, la riforma del Mes, modificando il sistema di votazione, introduce un meccanismo studiato ad hoc. Pertanto, se l’Italia bloccasse la riforma, farebbe solo gli interessi della parte più speculativa dei mercati internazionali. Altro che tutela dei risparmiatori, come vorrebbero far credere certi politici di casa nostra!
A prescindere dalle predette considerazioni tecniche, con il voto di mercoledì il Parlamento italiano deve decidere se stare una buona volta con l’Europa, accettandone diritti ed obblighi, o con la Polonia e l’Ungheria dei ricatti, della violazione dei diritti umani e della chiusura delle frontiere ai migranti. Non è possibile, infatti, parlare ad ogni pie’ sospinto di soldi che devono arrivare in grande quantità dall’Europa per riavviare la ripresa e poi frapporre ostacoli pretestuosi ad una riforma che risponde a logiche sensate e sicuramente non discriminati per l’Italia.