Scandalo Vaticano Obolo di San Pietro
La Svizzera apre la cassaforte dei documenti bancari al Vaticano: guai porporati in vista

Il Vaticano ottiene tutte le carte bancarie della cassaforte di Lugano. La decisione del Tribunale svizzero, punto di svolta per la verità sullo scandalo finanziario sul palazzo di Londra. Maria Antonietta Calabrò

L’immobile di Sloane Avene 60 a Londra

L’ultimo scandalo finanziario vaticano

L’acquisto dell’immobile di Sloane Avene 60 a Londra, segreti bancari presto svelati. Il Tribunale federale svizzero ha deciso che il Vaticano ha diritto a ottenere tutta la documentazione bancaria relativa alla cassaforte di Lugano del finanziere Enrico Crasso, l’uomo che per decenni ha amministrato i fondi riservati della Segreteria di Stato alla Az Swiss & Partners. Az è una fiduciaria ticinese controllata al 51 per cento da Azimut, una società italiana di gestione di fondi quotati in borsa.
Crasso, dopo aver lasciato il Credit Suisse nel 2014, si era messo in proprio creando a Lugano la sua impresa, la Sogenel Capital Holding, venduta nel 2016 ad Az Swiss & Partners.

Giro societario ma sempre certe tasche

Per venire a capo di certe transazioni finanziarie e investimenti della Segreteria di Stato ritenuti eticamente discutibili se non addirittura sospetti, la Santa Sede aveva presentato una rogatoria sulla società di Crasso. La richiesta era già stata accettata dal Ministero pubblico della Confederazione nel giugno scorso ma la fiduciaria si è opposta, rifiutando l’invio di una parte dei documenti. Ricorso giudiziario respinto dal Tribunale penale federale di cui ha dato per primo notizia il settimanale elettronico svizzero specializzato in reati finanziari Gotham City.
Adesso tutta la documentazione di Az verrà trasferita in Vaticano. Dove qualcuno indaga e qualche altro probabilmente trema.

Motivazioni alla sentenza svizzera

Nella motivazione della decisione, il Tribunale svizzero fa riferimento «la natura dei reati contestati agli indagati», per la necessità di consegnare al Vaticano la documentazione completa. Non un ‘pochino’ ma tutto. «Da consolidata prassi, quando le autorità estere chiedono informazioni per ricostruire flussi patrimoniali di natura criminale si ritiene che necessitino di regola dell’integralità della relativa documentazione, in modo tale da chiarire quali siano le persone o entità giuridiche coinvolte», riferisce la precisissima Maria Antonietta Calabrò sull’Huffington Post.

Potenziali finalità criminali

«Conti, come nel caso in esame, suscettibili di un utilizzo con finalità criminali. L’autorità richiedente ha un interesse a essere informata di qualsiasi transazione che possa far parte del meccanismo delittuoso messo in atto dalle persone sotto inchiesta». Possibile che i conti contestati non siano stati utilizzati per ricevere proventi di reati o per effettuare trasferimenti illeciti o riciclare fondi, ma è sempre meglio poter accertare la verità, la saggezza giuridica conclusiva svizzera.
«Assistenza reciproca è finalizzata non solo alla raccolta di prove incriminanti ma anche a discarico»

Due prestiti e schemi finanziari sospetti

«La sentenza dei giudici di Bellinzona contiene dettagli molto interessanti e inediti sulla rogatoria vaticana. Secondo gli inquirenti della Santa Sede, citati nella decisione svizzera, l’operazione finanziaria eseguita con i consigli di Enrico Crasso corrisponde a “schemi d’investimento che non sono né trasparenti né conformi alle normali pratiche di investimento immobiliare”», spiega Calabrò. Come?
Il fatto che non siano stati utilizzati i fondi dell’Obolo di San Pietro depositati in svizzera, invece di essere una circostanza che alleggerisce i sospetti suscitati dall’operazione, secondo gli inquirenti, li aumenta.

Niente soldi ‘dei poveri’, ma raggiro evidente

Non sono stati utilizzati i soldi dei poveri, evviva, ma per le autorità vaticane proprio questo diventa l’indizio di un trucco per occultare la “distrazione compiuta”, quei 300 milioni di euro rubati al Vaticano. «Inspiegabile il fatto che, a fronte di liquidità disponibili per oltre 450 milioni di euro e concesse in pegno alla banca, la Segreteria di Stato (di allora), abbia fatto ricorso ad un finanziamento». Soldi su soldi per far sparire soldi? «Allo stato delle indagini i danni arrecati al patrimonio della Segreteria di Stato attualmente quantificabili in non meno di 300 milioni di euro»

I reati contestati dall’autorità vaticana

Adesso tocca nuovamente agli inquirenti vaticani. I reati contestati, per utile memoria, sono: «Abuso d’autorità (art. 175 del codice penale vaticano), peculato (art. 168 CP/VA), corruzione (art. 171-174 CP/VA), riciclaggio di denaro, autoriciclaggio e impiego di proventi di attività criminose (art. 421, 421 bis e 421 ter CP/VA) e associazione a delinquere (art. 248 CP/VA)».


Processo, se sarà pubblico, da non perdere.

I panni sporchi del Vaticano si lavano a Lugano
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