
Per venire a capo di certe transazioni finanziarie e investimenti della Segreteria di Stato ritenuti eticamente discutibili se non addirittura sospetti, la Santa Sede aveva presentato una rogatoria sulla società di Crasso. La richiesta era già stata accettata dal Ministero pubblico della Confederazione nel giugno scorso ma la fiduciaria si è opposta, rifiutando l’invio di una parte dei documenti. Ricorso giudiziario respinto dal Tribunale penale federale di cui ha dato per primo notizia il settimanale elettronico svizzero specializzato in reati finanziari Gotham City.
Adesso tutta la documentazione di Az verrà trasferita in Vaticano. Dove qualcuno indaga e qualche altro probabilmente trema.
Nella motivazione della decisione, il Tribunale svizzero fa riferimento «la natura dei reati contestati agli indagati», per la necessità di consegnare al Vaticano la documentazione completa. Non un ‘pochino’ ma tutto. «Da consolidata prassi, quando le autorità estere chiedono informazioni per ricostruire flussi patrimoniali di natura criminale si ritiene che necessitino di regola dell’integralità della relativa documentazione, in modo tale da chiarire quali siano le persone o entità giuridiche coinvolte», riferisce la precisissima Maria Antonietta Calabrò sull’Huffington Post.
«Conti, come nel caso in esame, suscettibili di un utilizzo con finalità criminali. L’autorità richiedente ha un interesse a essere informata di qualsiasi transazione che possa far parte del meccanismo delittuoso messo in atto dalle persone sotto inchiesta». Possibile che i conti contestati non siano stati utilizzati per ricevere proventi di reati o per effettuare trasferimenti illeciti o riciclare fondi, ma è sempre meglio poter accertare la verità, la saggezza giuridica conclusiva svizzera.
«Assistenza reciproca è finalizzata non solo alla raccolta di prove incriminanti ma anche a discarico»
«La sentenza dei giudici di Bellinzona contiene dettagli molto interessanti e inediti sulla rogatoria vaticana. Secondo gli inquirenti della Santa Sede, citati nella decisione svizzera, l’operazione finanziaria eseguita con i consigli di Enrico Crasso corrisponde a “schemi d’investimento che non sono né trasparenti né conformi alle normali pratiche di investimento immobiliare”», spiega Calabrò. Come?
Il fatto che non siano stati utilizzati i fondi dell’Obolo di San Pietro depositati in svizzera, invece di essere una circostanza che alleggerisce i sospetti suscitati dall’operazione, secondo gli inquirenti, li aumenta.
Non sono stati utilizzati i soldi dei poveri, evviva, ma per le autorità vaticane proprio questo diventa l’indizio di un trucco per occultare la “distrazione compiuta”, quei 300 milioni di euro rubati al Vaticano. «Inspiegabile il fatto che, a fronte di liquidità disponibili per oltre 450 milioni di euro e concesse in pegno alla banca, la Segreteria di Stato (di allora), abbia fatto ricorso ad un finanziamento». Soldi su soldi per far sparire soldi? «Allo stato delle indagini i danni arrecati al patrimonio della Segreteria di Stato attualmente quantificabili in non meno di 300 milioni di euro»
Processo, se sarà pubblico, da non perdere.
