
Come corrispondente del giornale «La Nazione» di Firenze il trentaseienne Edmondo De Amicis entrò in Roma nelle prime ore successive alla presa di Porta Pia il 20 settembre 1870. Abituato all’austera Torino e all’elegante Firenze, che erano state fino a quel momento le capitali d’Italia, De Amicis rimase semplicemente estasiato dalla ‘città eterna’: lo colpirono soprattutto i grandi spazi aperti, dalle piazze alle vallette verdi sparse nell’abitato, e le grandi e solenni facciate di chiese e palazzi. Nonostante l’entusiasmo per il compimento dell’Unità nazionale e per la bellezza dei monumenti, a De Amicis tuttavia sfuggì che la città, destinata ad ospitare i ministeri e gli uffici pubblici, era decisamente scomoda e non organizzata per la sua nuova funzione. Non si trattava solo di costruire nuovi edifici o di adattare quelli esistenti una volta trasferiti alla proprietà pubblica, ma di realizzare anche nuovi progetti residenziali e di opere pubbliche, prime quelle legati ai trasporti e alle comunicazioni. Roma insomma stava per cambiare volto.
Frédéric François Xavier Ghislain de Mérode era nato a Bruxelles nel 1820 ed aveva abbracciato inizialmente la carriera militare con l’esercito francese, prestando servizio tra l’altro in Algeria, ma si era dimesso nel 1847. Nel 1848, l’anno dei grandi rivolgimenti europei e della rivoluzione romana, frequentò il seminario belga di Roma e fu ordinato sacerdote l’anno successivo. Nel 1850, nel pieno clima repressivo della restaurazione papalina, fu nominato da Pio IX direttore delle carceri pontificie e tra il 1860 e il 1865 fu in pratica il ministro della guerra dello Stato della Chiesa distinguendosi particolarmente per lo zelo dimostrato nella riorganizzazione dell’esercito e nella persecuzione dei ‘rivoluzionari’. La sua fama principale ancora oggi ricordata è tuttavia quella di ‘immobiliarista’, perché dopo il 1870 – a suo modo – contribuì a cambiare il volto della città: nel pieno inizio della ‘questione romana’ e nonostante le pesanti accuse che Pio IX continuava a rivolgere all’Italia unita e alla sua classe dirigente, concluse numerosi accordi tra i proprietari dei terreni, lo stato e le imprese.

La stazione ferroviaria di Roma risaliva al 1863 e, in vista di un possibile sviluppo dell’area, l’intraprendente prelato aveva acquistato già prima del 1870 terreni di poco valore (orti, vigne, giardini) che di li a poco sarebbero diventati molto ambiti. L’acceleratore fu inaspettatamente l’Unità d’Italia e la legge del 1871 per la nuova capitale. Per non sostenere i costi altissimi di nuove costruzioni e infrastrutture nacquero accordi tra capitali privati e pubblica amministrazione: i proprietari dei terreni ne cedettero parte allo stato, ottenendo in cambio le opere di urbanizzazione (strade, fognature). Le parti dei terreni rimaste ai privati in tal modo aumentarono però il loro valore e ben presto comparvero finanzieri non solo romani, ma anche francesi, belgi e tedeschi, attratti dagli elevati rendimenti degli investimenti. In certi casi le stesse imprese di costruzioni, ma non l’amministrazione, erano addirittura autorizzate ad effettuare espropri. Superfluo sottolineare che uno dei primi a stipulare le cosiddette ‘convenzioni’ fu il nostro prelato che estese i suoi interventi all’attuale via Nazionale, l’Esquilino, il Celio e il Castro Pretorio.
De Mérode morì nel 1874 senza vedere gli sviluppi delle tante iniziative poste in essere e poi la storia si dimenticò di lui, o meglio rimase oggetto di studio solo da parte degli storici, in particolare quelli dell’urbanistica che ostinatamente si ponevano ‘il problema della città’ e di come non sempre funzionasse. Nel dicembre 2017 però, nel corso di un discorso che ebbe notevole risonanza, papa Francesco – che aveva già lamentato alcuni vizi e tendenze affaristiche all’interno delle mura vaticane –, pronunciò una frase riportata da numerosi organi di stampa: «Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti». Era quanto aveva detto più di un secolo e mezzo prima monsignor de Mérode, intraprendente immobiliarista ai limiti della spregiudicatezza, ma che sicuramente aveva già capito molte cose.