Gli equipaggi dei pescherecci “Medinea” e “Antartide” sono stati fermati dalle autorità libiche il primo settembre, a una quarantina di miglia dalle coste della Libia. Otto di loro sono italiani e sei tunisini, due sono indonesiani e due senegalesi. Sono trattenuti a Bengasi da 38 giorni con l’accusa di avere sconfinato nelle acque libiche, tutto da dimostrare, con i familiari senza notizie.
Non è la prima volta che dei pescherecci italiani vengono fermati dalle autorità libiche con l’accusa di aver violato le acque che la Libia ritiene di propria competenza. Era accaduto nuovamente il 23 luglio del 2019 al “Tramontana” di Mazara del Vallo, costretto ad attraccare nel porto di Misurata e poi fatto ripartire il giorno seguente, o nell’ottobre del 2018, quando altri due pescherecci sempre di Mazara erano stati fermati e poi rilasciati. Mai una tale durezza, evidentemente usata come pressione nei confronti del governo italiano.
«La questione dei diritti per la navigazione e lo sfruttamento delle acque marine è uno dei temi su cui diversi paesi costieri si scontrano da anni in tutto il Mediterraneo», ci ricorda Riccardo Antimani sull’Ansa. La porzione di mare adiacente alle coste di un certo stato, il cosiddetto mare territoriale, si estende per un massimo di 12 miglia nautiche, cioè circa 22 chilometri, e lo stato vi esercita la sua sovranità pari a quella esercitata sulla terraferma. Ciascuno stato però è tenuto a consentire il passaggio di navi straniere purché non comportino un rischio per l’ordine e la pace.
Nella zona contigua, ovvero quella che si estende fra le 12 e le 24 miglia nautiche, lo stato invece ha poteri di controllo sulle navi straniere per evitare ipotetici reati all’interno del proprio territorio, nel mare territoriale o terraferma che sia. Ma le autorità libiche (quali, chi, come, perchè?), il generale Kalifa Haftar in questo caso, contestano la presenza dei due pescherecci all’interno di una fascia ancora più ampia che la Libia rivendica da anni come propria zona economica esclusiva, ovvero la porzione di mare in cui un paese ha diritto esclusivo allo sfruttamento economico delle risorse marine.
Il sito Libyan Address Journal ha riportato le parole di Khaled Al-Mahjoub, alto funzionario dell’esercito nazionale libico, che appoggia Haftar: secondo Al-Mahjoub, «è noto» che i libici trattino i propri prigionieri «nel rispetto dei diritti umani» e le condizioni di salute dei pescatori fermati sono «eccellenti». In Libia, ha poi aggiunto: «Non viene arrestato nessuno a meno che non infranga la legge». Il funzionario ha spiegato che i 18 pescatori sono sotto indagine per aver violato la competenza territoriale ed economica delle acque libiche e pertanto verranno processati secondo le leggi del paese, avendo diritto all’assistenza legale. Inoltre, Al-Mahjoub ha detto di «aver appreso» che i pescatori hanno potuto contattare le proprie famiglie. Tanto gentile e tanto bugiardo.
Si sa che dal primo settembre c’è stata soltanto una telefonata: quella che il capitano della Medinea, Piero Marrone, ha fatto alla madre per spiegare che l’equipaggio sta bene, ma che hanno bisogno d’aiuto. Da Marco Marrone, armatore dello stesso peschereccio: «Continuiamo a non avere contatti con i nostri pescatori che il 20 ottobre saranno processati a Bengasi. Ci vengono date rassicurazioni, ma non siamo riusciti né a sentire i marittimi né a ricevere una loro fotografia». In più, secondo il telegiornale regionale della Sicilia la Libia avrebbe trattenuto i pescherecci perché stavano trasportando anche sostanze stupefacenti, ma l’ipotesi stessa di droga che dall’Italia viaggia verso la Libia appare platealmente ridicola.
Secondo un tweet del Libyan Address Journal, invece, il generale Haftar vorrebbe barattare la liberazione dei pescatori con la scarcerazione di quattro scafisti libici che erano stati condannati a 30 anni di carcere in Italia per la morte di 49 migranti e che attualmente sono detenuti nel nostro paese. Lettura più politica in aggiunta a quanto sopra, i pescherecci erano stati fermati poche ore dopo la ripartenza verso l’Italia del ministro Di Maio, in Libia per incontrare il primo ministro Fayez al Serraj e poi Aguila Saleh, il presidente del parlamento libico orientale, che avrebbe tolto il suo appoggio al feldmaresciallo sempre perdente, concordando la tregua con Tripoli.
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