Mappiamo il mondo per capire dove le cose stanno peggio. Tenendo comunque presente che al tempo della globalizzazione il covid non lo si può circoscrivere in maniera definitiva. Oggi a me, domani a te. Alcune aree erano e critiche e critiche sono rimaste, magari un po’ meno di prima. Altre che nei mesi scorsi parevano essersela cavata, e che oggi sono sotto pressione
Come comparare le differenti situazioni per capire dove si trovano le urgenze più gravi?
Ogni strumento, sempre approssimativo, è più o meno valido a seconda di quello che si vuole misurare. Un metodologo direbbe che se vuoi misurare l’altezza devi usare il metro e se vuoi verificare il peso devi usare la bilancia.
Contagi o morti in dato tempo, in proporzione agli abitanti
Ultimamente viene sempre più utilizzato un indice che viene ritenuto valido per valutare all’istante la tendenza in atto, comparando tra loro i vari paesi, senza ricorrere a strumenti più complessi e sofisticati.
Si prende il numero dei contagiati nel corso di una settimana (o due), paese per paese, e lo si divide per il numero degli abitanti. Dopo di che si definisce quanti contagi si sono avuti ogni 100mila abitanti e si verifica che in proporzione il numero dei tamponi effettuati sia in proporzione agli abitanti di ogni nazione.
Sia pure con un certo grado di approssimazione si può sostenere di avere offerto un termometro che misura in tempi rapidi lo stato della situazione, tanto da potere agire il più presto possibile in caso di necessità
E’ a partire da questi valori di X/100mila che recentemente molti paesi hanno stabilito delle soglie, oltrepassate le quali occorre prendere provvedimenti più o meno restrittivi, come le ‘zone rosse’ o il lockdown. Sta alla politica decidere quando attuarli e se utilizzarli per aree circoscritte o su scala più allargata.
Le diverse soglie di allarme
All’inizio è stata la Germania a parlare di 50 casi su 100mila alla settimana, come soglia di allarme. Poi la Francia ha messo un indice simile nel pacchetto dei criteri atti a definire le sue ‘zones rouges’.
Oggi, lasciando da parte i casi di paesi che hanno i lineamenti simili a quelli di un continente, è fuori di dubbio che la situazione più critica sia quella di Israele.
E adesso i numeri di Israele, con in primo piano quell’X su 100mila alla settimana di cui abbiamo parlato.
Nell’ultima settimana si è raggiunta quota 400, ma se dovessero ripetersi i numeri degli ultimi due giorni (8mila contagi al giorno) arriveremmo a quota 600 e forse oltre. Meno peggio i decessi: 23 al giorno contro i 18 dell’Italia, ma teniamo conto del numero degli abitanti (Israele 9 milioni, Italia 60) e del fatto che la curva dei decessi si innalza normalmente con quasi un mese di ritardo rispetto a quella dei contagi.
Per rendere ulteriormente un’idea: quando si parla con grande preoccupazione della Spagna, teniamo conto che siamo sotto ai 200 casi settimanali sui soliti 100mila abitanti e si parla di allargare le restrizioni che oggi colpiscono alcuni quartieri di Madrid solo se si superassero i 250 (500 in due settimane). In Francia siamo anche lì intorno ai 150 e la zone rosse sono molto più rosa delle loro gemelle italiane di un tempo.
Con l’Italia il confronto non è nemmeno lontanamente possibile. La regione messa peggio e per questo collocata puntualmente nella lista nera dagli svizzeri è la Liguria, a quota 38, seguita dal Trentino Alto Adige con 35. La nostra media nazionale, per settimana, è ancora sia pure di poco, inferiore a quota 20.
Le misure del lockdown israeliano, seconda versione: chiusura quasi totale delle sinagoghe con piccole concessioni solo il giorno dello Yon Kippur, massima festività religiosa ebraica. Divieto di varcare i confini del proprio quartiere (un km) per partecipare a incontri comunque non superiori alle 20 persone. Lockdown fino al 10 ottobre (fine delle festività); tutto chiuso a parte supermercati e farmacie. Chiusi gli uffici non indispensabili con i dipendenti a casa.
Le conseguenze: sofferenze, ribellioni e contagi nelle aree ultraortodosse, per ragioni religiose, e in quelle arabe, per fame con rabbini e arabi sul piede di guerra per differenti ragioni. Ristorazione all’italiana coi cibi da asporto come unica produzione dei ristoranti.
Queste ultime misure non erano presenti nel primo lockdown.
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