
Parole importanti e protagonisti ai massimi livelli, ma senza prematuri ottimismi. Il ministro degli Esteri del Qatar a fare da padrone di casa. Poi gli «antagonisti»: Abdullah Abdullah, già primo ministro afghano e oggi a capo dell’Alto consiglio per la riconciliazione nazionale, e il Mullah Abdul Ghani Baradar, uomo della vecchia guardia talebana, già vicino al fondatore e leader supremo mullah Omar, a lungo detenuto nelle prigioni pachistane e oggi numero due del movimento. Premesse alte. Da Kabul, «l’occasione è storica, il negoziato indispensabile, partiamo da ciò che è più necessario, un cessate il fuoco umanitario». Il Mullah talebano che augura, «la possibilità per tutti gli afghani, senza discriminazioni, una vita tranquilla, in pace, prospera».
La premessa di un governo basato su un «vero sistema islamico», affermazione generica e in parte minacciosa pensando a certe versioni politiche dell’islam. «Il negoziato sarà duro, irto di ostacoli», ha poi riconosciuto mullah Baradar e ha ripetuto lo stesso segretario di Stato Usa, Mike Pompeo. La Casa Bianca ha fretta di capitalizzare un eventuale accordo di pace alle elezioni presidenziali del prossimo novembre –un po’ come il vaccino per il coronavirus-, ma non è facile che ciò accada. «Tempi troppo stretti per trovare un compromesso equilibrato e duraturo, tra attori che partono da idee così diverse sulla società, sulla politica, e che vengono tirati per la giacca da attori regionali e internazionali», valuta Battiston.
«Gli Stati Uniti non intendono imporre il proprio sistema ad altri», di chiara Pompeo, «ma sia chiaro: danari e assistenza future dipenderanno dalle vostre scelte». Messaggio esplicito ai Talebani ma non soltanto, col non detto ma esplicito, «non tirate troppo la corda sulla questione del sistema islamico, altrimenti addio danari». Nel frattempo, partita politica interna Usa, continua la riduzione delle truppe americane sul terreno, che per fine ottobre dovrebbero scendere a 4.000, sulla base dell’accordo tra Usa e Talebani firmato a Doha lo scorso febbraio (sul rientro dei quasi 900 militari italiani, si attendono notizie da un mutangolo ministero Difesa).
Il negoziato intrafghano di Doha è figlio dell’accordo bilaterale Usa-Talebani di febbraio: via le truppe dall’ Afghanistan in cambio dell’impegno dei Talebani a negoziare con la controparte afghana e a rompere con al-Qaeda e il terrorismo internazionale. Il negoziato è iniziato, mentre la rottura con al-Qaeda, nei termini formali ed espliciti voluti dagli americani, non c’è stata. «Serviva agli Usa per aver condotto una guerra nel posto sbagliato, contro i Talebani che nulla avevano a che fare con gli attentati dell’11 settembre, il cui legame con al-Qaeda è sempre stato problematico». Oggi, con i Talebani al tavolo negoziale, gli studenti coranici vengono trattati come diplomatici e non come terroristi, «e la scelta del 2001 del presidente George W. Bush appare in tutta la sua drammaticità».