La condanna della legge presentata questa settimana al parlamento di Westminster da Boris Johnson, per aggirare l’accordo sulla Brexit firmato lo scorso anno con l’Unione europea, non viene soltanto dai due ex-premier conservatori. La criticano vari deputati del suo partito, minacciando di votare contro. La attaccano la Confindustria, il Financial Times, abituali fiancheggiatori del suo governo, oltre ovviamente all’opposizione laburista. Per non parlare della Ue, che l’ha subito definita come ‘pietra tombale del negoziato sui futuri accordi commerciali’, di cui è in corso a Londra questa settimana un round possibilmente decisivo. Prepotenza alla Boris, o bluf, o semplice cretineria politica?
L’accordo già firmato con l’Ue dal governo di Theresa May lo scorso anno era legato al problema delle ‘due Irlanda’, rapporti doganali tra l’Irlanda del Nord, l’Ulster britannico, e la Repubblica d’Irlanda che è e resta nell’Ue. L’accordo stabiliva che la ‘barriera doganale’ concordata sarà il mare che divide le due entità geografiche, la Gran Bretagna e l’isola d’Irlanda. Insomma, i rapporti commerciali tra Londra e Belfast devono rispettare gli accordi doganali con l’Ue, presenti e futuri, a tutela dell’Irlanda maggioritaria di Dublino che resta parte dell’Unione europea. Insomma, niente aiuti di Stato sottobanco a una delle due Irlanda a scapito dell’altra.
«Tutti vedono l’iniziativa come una ricetta per il “no deal”, un’uscita dall’Europa senza accordi di alcun tipo, con conseguenze catastrofiche dal punto di vista economico per il Regno Unito e il rischio di conseguenze non meno gravi dal punto di vista politico e costituzionale, offrendo una scusa perfetta alla Scozia per un referendum sulla indipendenza», segnale Franceschini.
Ma esperti di diritto e funzionari di stato ammoniscono che è raro per uno stato democratico rinnegare un trattato internazionale. E che, facendolo, la Gran Bretagna rischia di perdere l’autorità morale per condannare violazioni analoghe: «per esempio, come criticare la Cina per la repressione a Hong Kong, in violazione del trattato del 1997 che restituì la colonia britannica a Pechino, se Londra fa ora altrettanto sulla Brexit?».
Tanto rumore per nulla, secondo l’ufficio del primo ministro. L’accordo sull’Irlanda del Nord che verrebbe aggirato dalla nuova legge britannica, ridotto a un semplice «protocollo», non è un normale trattato internazionale, prova a far dire Johnson, usando il trucco dei codicilli assicurativi scritti in piccolo a fondo pagina. Scusa fragile, furberia destinata comunque a rompere, è la valutazione più diffusa. Con due ipotesi.
Un bluff, per spaventare la Ue e ottenere concessioni nella parte finale della trattativa. O che lo scopo sia proprio quello di uscire dalla Ue senza accordo e permettere alla Gran Bretagna di fare ciò che vuole nel campo degli aiuti di stato alle aziende, in particolare nel settore dell’high tech e in generale per mantenere a colpi di sussidi pubblici il consenso vinto alle elezioni del dicembre.
Piuttosto che una Singapore sul Tamigi, libero mercato come una giostra temuto da alcuni, «il Regno Unito post-Brexit sarebbe in questo caso una specie di capitalismo di stato che calpesterebbe le privatizzazioni liberiste di Margaret Thatcher». Più maliziosamente e probabilmente più realistica la terza ipotesi. Che Boris Johnson, «come spesso gli succede, non sappia ancora come procedere, giocando il tutto per tutto sull’orlo del precipizio senza avere la minima idea di come si concluderà la partita».