Veleno non soltanto in Siberia, ci ricorda sempre Negri. «Il notiziario online Middle East Eye ci informa che il figlio dell’ex presidente Morsi, abbattuto nel 2013 dal generale al-Sisi con un golpe sanguinoso, è stato avvelenato. Abdullah Morsi, 25 anni è deceduto il 4 settembre 2019 in un ospedale del Cairo a Giza: ufficialmente per un attacco di cuore, in realtà perché gli è stata iniettata una dose di veleno. Ma nessuno chiederà il conto di questo omicidio ad al-Sisi, i cui poliziotti hanno torturato e ucciso Giulio Regeni insieme a migliaia di oppositori egiziani».
«Morsi era uno dei capi dei Fratelli Musulmani detestati dalle monarchie del Golfo che a loro volta pagano l’Egitto, gli comprano armi e tengono in piedi le finanze del Cairo. E poi pagano anche noi per stare zitti. Ecco con che gente stiamo e chi siamo».
«Marya Kolesnikova, la principale portavoce dell’opposizione bielorussa è stata arrestata ma al momento non si sa dove si trovi. Dopo essere stata sequestrata l’altra sera da degli uomini dei servizi di Lukashenko, insieme ad altri due rappresenti del Comitato di coordinamento, si sarebbe opposta all’espulsione forzata dal paese in Ucraina, giungendo perfino a strappare il passaporto», scrive Yurii Colombo, che insegue Negri nell’elencare le nefandezze dei despoti.
«Si stringe così sempre di più il nodo scorsoio della repressione intorno all’opposizione mentre continuano le manifestazioni e le violenze della polizia anche se il Cremlino – per il secondo giorno – è tornato timidamente a criticare i comportamenti della polizia bielorussa. Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, ha sostenuto in un briefing che se nel caso di Kolesnikova si fosse di fronte a un sequestro ‘si tratterebbe di un’azione da condannare’».
Un altro super cattivo del secolo scorso, fu Milosevic, il serbo utile perché fosse smembrata la Jugoslavia, tutti interessati a prendersene qualche pezzetto. Ancora qualche giorno ci ha provato Trump col millantato accordo Serbia-Kosovo, col belgradese Vucic che sembra scoprire all’ultimo, cosa ha veramente firmato. Ma rimaniamo in Bielorussia, dove East Journal scopre che «l’esercito protegge i palazzi costruiti dai fratelli Karić, gli amici di Lukashenko e sodali del dittatore jugoslavo Milošević». Bravo Andrea Zambelli a stupire persino qualche vecchio post-jugoslavo. Chi sono i fratelli Karić? Sono serbi del Kosovo che hanno iniziato la loro fortuna come esattori delle tasse e sono diventati miliardari tra Serbia e Russia, tra Milošević e Gorbačev. https://www.eastjournal.net/archives/109539
«Negli anni ’90, i fratelli Sreten, Dragomir, Bogoljub e Zoran Karić erano tra i più potenti uomini d’affari in Serbia durante il regime di Slobodan Milošević». I Karić possedevano una banca, la TV commerciale più influente in Serbia, e l’unico operatore di telefonia mobile a quel tempo. Avevano fondato persino una università. 5 miliardi di dollari, di fine millennio il fatturato annuo. Nel 1999, quando sulla piccola Jugoslavia del fu Milosevic piovevano le bombe Nato, Bogoljub Karić è stato anche ministro per le privatizzazioni. Poi, nel dopo Milosevic, lo slalom abile tra potere e galera, tra politica in casa serba (persino una candidatura alla presidenza della Repubblica fallita per un pelo), e l’intrapresa verso est, Mosca e Misk, scopriamo meglio oggi grazie ad Andrea Zambelli ed EastJournal.
Dragomir Karic è l’uomo che nel 2012 Lukashenko decora per il “significativo contributo personale allo sviluppo dei legami commerciali ed economici e al rafforzamento delle relazioni amichevoli tra Bielorussia e Serbia”. L’ultimo progetto dei Karić in Bielorussia è Minsk World, complesso residenziale e direzionale su oltre tre milioni di metri quadri, nell’area dell’ex aeroporto Minsk 1. I lavori sono stati inaugurati da Vučić e Lukashenko nel novembre 2015.
«Ma la definitiva consacrazione dei legami tra Serbia e Bielorussia attraverso i Karić è venuta lo scorso febbraio, quando in una gated community fuori Minsk, presso il bacino artificiale di Tsnianskaye, è stata innalzata una statua a grandezza naturale di Sreten Karić, il primo dei quattro fratelli, morto nel 2017».
«Sul piedistallo c’è lo stemma di famiglia, lo stesso che si può vedere sulla facciata in costruzione del centro commerciale in piazza Kastrychnitskaya a Minsk».
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