«Erdoganomics», rischio collasso dell’economia turca

Il deprezzamento della lira turca rischia di portare il Paese sull’orlo del baratro a soli due anni dalla tempesta finanziaria dell’agosto del 2018.

«Erdoganomics», inciampo tecnico politico

Il 6 agosto, la lira turca è scesa al livello più basso contro dollaro ed euro: 7,4% per un dollaro e 8,7 per un Euro. È il minimo storico: perdita di oltre il 45% in poco più di due anni.

«Stiamo assistendo ad un inesorabile e costante deprezzamento della lira turca che se non sarà arrestato entro l’autunno potrebbe condurre l’economia del paese sull’orlo del baratro», denuncia Mariano Giustino, corrispondente di Radio Radicale dalla Turchia, sull’UffPost.  «La Banca centrale turca ha in queste ore dichiarato di essere pronta a utilizzare “tutti gli strumenti disponibili” per ridurre la volatilità del mercato».

Economia classica e l’Erdogan pensiero

«Molti economisti affermano che un rialzo dei tassi sarebbe uno degli strumenti più indicati e da adottare urgentemente per prevenire il tracollo della lira. Ma finora ci sono pochi segnali che il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che è visceralmente contrario all’aumento dei tassi di interesse, possa consentire che ciò accada». Contrarietà del presidente a pieno poteri già nota. Tassi elevati creano inflazione, e quando il governatore della Banca Centrale Murat Çentikaya prova a spiegargli, viene rimosso.

Le teoria ecomiche ‘ergadoniane’

I tassi di interesse visti del presidente come il diavolo inflazionista per il concetto base della cosiddetta “Erdoğanomics”, l’economia secondo Erdoğan, «teoria che potrebbe, con il nuovo crollo estivo della valuta turca, ormai ciclico, essere prossima all’agonia». E per  imporre la sua teoria Erdoğan ha dovuto mettere sotto controllo presidenziale, la massima istituzione bancaria, spezzando il principio dell’indipendenza delle banche centrali  nei sistemi moderni di economia di mercato.

Economia politica e di guerra

La grande imprenditoria turca è da sempre molto legata al partito di governo dal quale ha tratto (e dato) grande nutrimento in questi 18 anni di potere.  «Ma l’inflazione annua vicina al 12% ha accelerato anche il calo della valuta locale e l’esodo degli investitori stranieri che hanno ritirato la cifra record di 7 miliardi di dollari dal mercato obbligazionario della lira turca e 4,3 miliardi di dollari in azioni, nei primi sei mesi di quest’anno, per l’elevato rischio che comporta l’investimento in attività turche».

La grande fuga ance dalla Lira

«La Banca Centrale ha dovuto bruciare decine di miliardi di dollari esaurendo le riserve per mantenere la lira sotto il limite critico di sette punti rispetto al biglietto verde». E se arriva una seconda ondata di pandemia? Allarme su una possibile stretta fiscale. Improbabile che la Turchia possa rivolgersi al Fondo monetario internazionale a causa del controllo a cui sarebbe sottoposto dall’FMI. Quindi, accordi di scambio di valuta (SWAP) con paesi come il Qatar o la Cina.

L’Ak Parti motore e idrovora di denaro

Ali Babacan, ex vice premier e ministro dell’Economia degli anni d’oro dei primi governi Erdoğan, fuoriuscito dal AKP, ha fondato a marzo un suo partito avversario di centrodestra. Contro politica economica e nepotismi.  La gestione dell’economia del ministro del Tesoro e delle Finanze Berat Albayrak, genero di Erdoğan.  «Babacan ha denunciato che le riserve di valuta estera che avevano raggiunto 136 miliardi di dollari sotto la sua amministrazione del Tesoro, ora si sono esaurite».

Capitali in fuga dalla Turchia

Oltre Covid, criticità tra politica ed economia. La sempre più pesante svolta autoritaria e le costose politiche di potenza armata in espansione, ad esempio. «L’attivismo muscolare in politica estera di Ankara con le sue alleanze al di fuori della sfera NATO, le tensioni geopolitiche in Libia, Mediterraneo, Siria, Iraq e nel Caucaso stanno minando la fiducia della Casa Bianca necessaria per poter beneficiare di simili misure». Riavvicinamento Usa e Nato, ma non gratis.

Quegli S-400 russi non ancora attivati

Erdogan rinvia l’attivazione dei missili S-400 russi, probabilmente  condizione posta da Trump per soldi ed aiuti. «Washington ha detto a chiare lettere a Erdoğan che il sistema operativo S-400 non è compatibile con la partecipazione di Ankara all’acquisizione dei caccia F-35 USA». E Washington fa sapere che al momento non vi è stata alcuna rassicurazione da parte del governo turco che consenta di mitigare le preoccupazioni americane. Ma anche Mosca ha il fiato sul collo dell’irascibile ottomano.

Nazionalismo e islamismo quando tutto va male

«Ora che la lira turca è sull’orlo del baratro si comprendono chiaramente le mosse propagandistiche di Erdoğan a recuperare il consenso perduto movendo le leve del nazionalismo e dell’islamismo, con la riconversione da museo a moschea dell’ex basilica bizantina di Santa Sofia, le sue minacce di effettuare prospezioni dei fondali marini al largo dell’isola greca di Kastelorizo per la ricerca di petrolio e gas con l’annosa disputa marittima che la oppone a Grecia e Cipro, e con il varo della legge che imbavaglia i social».

Prepotenze da debolezza

Tutte queste mosse appaiono sempre più come fumo negli occhi per distogliere l’attenzione dell’elettorato dalla grave crisi economica. ‘Smanie neoimperiali’, ‘spazio neottomano’, «richiami alle glorie del passato ottomano dettata da gravi criticità di politica interna che vede il consenso del partito del presidente affievolirsi e che rischia di indebolire fortemente anche la sua leadership». Il suo AKP, logorato dai 18 anni di potere, ha subito due scissioni con la fuoriuscita di leader fondatori e una faida interna in corso.

Ap-Parti troppo potere e troppe clientele

«Quello di Erdoğan appare sempre più un partito allo sbando e la sua leadership non sembra più avere una visione credibile su economia, politica interna ed estera. Non sembra più in grado di elaborare una propria strategia, l’agenda è dettata dall’alleato di estrema destra MHP (Partito del movimento nazionalista), senza il quale il governo di Erdoğan non avrebbe la maggioranza in Parlamento».

Lo strano e diffuso impatto della pandemia coronavirus che porta alle luce molte oscure malattie politiche occultate sino a ieri nel mondo.

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