A partire dagli anni settanta in particolare, si cominciarono ad elargire risorse pubbliche a destra e manca per conseguire consenso elettorale. Risorse spesso non dovute, frutto di inganni e raggiri. Lo sapeva il fruitore, lo sapeva il raggirato. Il primo presentava documentazione falsa, incassava, si arricchiva, pagava la sua brava tangente, ed aveva due strade per conseguire ulteriore vantaggio. Comprare debito pubblico a tassi stratosferici (in un certo periodo, gli interessi arrivarono a sfiorare il 20%) ed in pochi anni raddoppiare il capitale derivante da frode allo Stato, quindi a tutti noi.
L’alternativa, era portare i soldi in Svizzera o in qualche altro paradiso fiscale, così poteva stare nei secoli tranquillo. Lo facevano i privati, le imprese (che trovarono più semplice e conveniente questa finanza d’accatto, piuttosto che competere sul mercato. Ecco uno dei motivi del tracollo dell’impresa italiana più marginale), ma anche la politica e la criminalità organizzata.
Quest’ultima conseguiva un ulteriore vantaggio: la possibilità di riciclare anche capitali immensi derivanti da attività illegali, oltre che da frode continua e sofisticata allo Stato. Lo poteva fare perché allora le leggi anti riciclaggio non erano così stringenti e spesso gli intermediari bancari erano pronti a chiudere entrambi gli occhi. Per mafiosi & company un ulteriore filone di illecito arricchimento si aprì con l’accesso ai fondi comunitari: una autentica prateria nella quale pascolare.
Tangentopoli in qualche modo aprì il vaso di Pandora, ma nello stesso tempo privò l’Italia di una classe dirigente che bene o male aveva portato il Paese ad essere una delle principali potenze economiche mondiali. La cosa fece piacere a molti nostri competitor, Germania in primis, ma anche agli Stati Uniti (dopo la caduta del muro, la “portaerei nel Mediterraneo” non serviva più) il cui ruolo in quella faccenda è tuttora da chiarire.
Sembrava l’alba di una epoca nuova: è stato il disastro! Vendita a poco prezzo dell’impresa pubblica, fine degli investimenti pubblici produttivi, debito sempre crescente, politica improbabile, truffatori pubblici e criminali privati in grande spolvero, conduzione del Paese approssimativa. Nel 1992 il primo rischio di default, di dichiarazione di fallimento. Si evitò per miracolo e con grande sacrificio di tutti noi (specialmente di coloro che non avevano partecipato alla pubblica abbuffata).
Ulteriore capitolo nel 2007, con la crisi finanziaria innescata dal fallimento della Lehman Brothers in USA. In quel Paese l’hanno brillantemente superata, qui siamo ancora alle prese con gli strascichi. Diciamo che in parte abbiamo superato anche quella, grazie ad ulteriori nostri sacrifici (nuove tasse e perdita di servizi pubblici) ed alla Banca centrale europea, specialmente sotto la guida di Mario Draghi. I “poveri risparmiatori” italiani (ma anche i grandi speculatori internazionali che nel frattempo si erano gettati sul ricco banchetto) non percepiscono più interessi da capogiro, ma almeno la finanza pubblica ha avuto una boccata di ossigeno.
Ma la ricchezza privata, spesso conseguita nel modo che abbiamo descritto, è sempre lì: intatta, accresciuta ed improduttiva, oggetto del desiderio di certa politica famelica.