La Guida Suprema iraniana, Ayatollah Alì Khamenei, è tornata a farsi sentire in occasione della sacra festa musulmana del “Grande sacrificio del montone”. In cui si ricorda la prova di fedeltà a Dio alla quale venne sottoposto Abramo quando gli fu chiesto di uccidere il figlio Isacco. Memoria biblica, quella di Abramo, e anche solenne ricorrenza dell’origine dallo stesso Padre che viene ricordata in tutto il mondo musulmano. E’ una celebrazione che sancisce il vecchio patto tra Allah e il suo popolo e non è un caso che Khamenei abbia scelto proprio questo giorno per ribadire la rabbia dell’Iran nei confronti di Trump e degli Stati Uniti.
Il problema è vecchio e noto. La crisi del nucleare (dichiarata unilateralmente dagli Stati Uniti contro il parere degli firmatari internazionali, Europa in testa), e la ‘aggressività strategica’ del regime persiano (denuncia soprattutto israeliana), hanno portato gli Ayatollah in rotta di collisione con l’America. Il problema è stato aggravato dalla guerra civile siriana perché le milizie sciite sostenute dall’Iran si sono installate su tutto il territorio della repubblica araba, praticamente, a macchia di leopardo. Questo ha suscitato le veementi reazioni israeliane. Il governo Netanyahu si è sentito minacciato da questa scomoda presenza, che si è fatta sentire in particolare ai confini del Libano e con il Golan, da dove le formazioni sciite e, specialmente, Hezbollah potevano tenere sotto tiro tutta l’Alta Galilea.
Dal canto suo, Trump ha pensato bene di premere sull’acceleratore delle sanzioni economiche, coinvolgendo tutto l’occidente (imponendole di fatto ad amici e nemici). E qui va fatta una riflessione. Quello delle sanzioni all’Iran è uno dei pochi esempi in cui questo tipo di strumento diplomatico-economico pare abbia funzionato, portando lo scompiglio in tutto il mercato energetico della teocrazia persiana e impedendone selettivamente le sue remunerative esportazioni che in valore non potevano essere sostituite dal contrabbando. La mancanza di valuta pregiata ha avuto un effetto devastante su tutta l’economia iraniana, per quanto riguarda l’importazione di materie prime di alta qualità e semilavorati.
Ne ha risentito anche il mercato dell’energia con il rialzo dei prezzi e carenze nella distribuzione di benzina. Insomma, una situazione al limite della rivolta sociale che è servita a mantenere alta la pressione sul regime degli Ayatollah. Naturalmente, Trump ha dovuto attuare la politica del bastone e della carota, cercando di non esagerare troppo per evitare catastrofiche conseguenze come la possibile chiusura dello Stretto di Hormuz nel Golfo Persico e di Bab-el-Mandeb nel Mar Rosso. Non sono mancati momenti di altissima tensione come quelli degli attacchi alle petroliere nel Golfo di Oman o gli attentati agli oleodotti che attraversano la penisola arabica da est a ovest.
Ma sostanzialmente pare sia stato raggiunto un compromesso, almeno, una sorta “di cessate il fuoco diplomatico” tra Washington e Teheran, con la benedizione dell’Arabia Saudita, dell’Egitto e degli Emirati del Golfo. Però il fuoco cova sotto la cenere ed ecco che, di tanto in tanto, Khamenei esce allo scoperto. Nel suo discorso, la Guida Suprema è tornato a ribadire un concetto: “Trump parla di pace perché vuole prepararsi un terreno ideale per le sue elezioni. Ma non sostiene assolutamente di attenuare le sanzioni”. Trump, in questo caso, non ha alcun interesse a rispondere colpo su colpo -ben altre polemiche e avversari in campo-, tantomeno a imbarcarsi in una ennesima avventura militare d’oltremare.
Khamenei vede una ‘finestra di tempo’ utile per aumentare la pressione strategica e diplomatica sugli Stati Uniti, cercando di ottenere qualcosa in cambio. Naturalmente si tratta di ipotesi e di giochi a tavolino che vanno confermati dalle cancellerie nei prossimi mesi. Tra le altre cose, gli iraniani potrebbero essere tentati di testare il nuovo governo israeliano, dove Netanyahu, messo sotto scopa dalla magistratura, è costretto a coabitare con il più moderato Benny Ganz. Questo naturalmente è un altro capitolo del vasto copione mediorientale, dato che gli elementi che lo compongono sono variegati. Non è un caso che qualche settimana fa si sia svolto un vertice tra gli americani e il governo di Gerusalemme (in particolare i servizi di intelligence).
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