«Il coronavirus è potenzialmente devastante come la Spagnola nel 2018, la madre di tutte le pandemie che ha ucciso 50 milioni di persone nel mondo». E’ il monito del virologo statunitense Anthony Fauci -sintesi sull’HuffPost- lanciato durante una tavola rotonda alla Georgetown University.
Fauci ha detto di prevedere un vaccino anti-Covid su larga scala non prima di 12-18 mesi.
Se tra i primi dieci Paesi del mondo per letalità del Covid, sette sono europei, una ragione c’è e si chiama «mancanza di coordinamento». Peggio: i governi si sono ostacolati a vicenda invece di coordinare una strategia comune. Lo documenta un’inchiesta pubblicata ieri dal quotidiano britannico The Guardian sugli errori commessi dall’Unione Europea nella risposta al coronavirus. A farne le spese è stata in primo luogo l’Italia, colpita prima e più duramente di tutti gli altri dalla pandemia, rilancia Andrea Capocci sul Manifesto.
Una settimana dopo i primi casi di Codogno, il governo italiano si rivolse agli altri paesi dell’Unione per aiuti con mascherine e altri dispositivi di protezione. Ma gli altri governi preferirono bloccare le esportazioni di mascherine per paura di rimanerne senza. Diniego noto, altre inefficienze a stupire. «Già a metà gennaio, quando il virus era ancora in Oriente, la Commissione europea aveva elaborato un piano per garantire un approvvigionamento di dispositivi di protezione da smistare nei vari Paesi secondo il bisogno». Il primo carico di mascherine dall’Unione Europea è arrivato so l’8 giugno, a emergenza in gran parte superata.
Riunione del 17 gennaio tra i ministri della sanità dei 27 per una strategia sulla sorveglianza alle frontiere. Peccato che 15 Paesi su 27 non parteciparono. Anche l’Italia tra gli assenti: la mail di invito non arrivò proprio, sostengono al ministero. Chiusi i voli dalla Cina, ma bastava fare prima un altro scalo. Il governo croato, presidente di turno dell’Unione, era distratto dagli scandali finanziari che portarono alle dimissioni proprio del ministro della sanità. Janes Lenarcic, commissario Ue per le emergenze: «Senza mascherine, ventilatori polmonari e tamponi a sufficienza è stato impossibile garantire la strategia delle tre T (test, tracciamento e terapia) raccomandata dall’Oms e attuata solo da chi ha potuto permettersela».
«La lezione sia utile almeno per prevenire una seconda ondata altrettanto devastante. Ricomporre la risposta alla pandemia, oggi frammentata tra sistemi sanitari in concorrenza tra loro, è un’urgenza europea».
L’inedito elogio alla sanità cubana arriva dalla rivista ufficiale della Royal Society of Medicine.

«Decine di migliaia di medici di base, infermieri e specializzandi hanno passato al setaccio ogni abitazione nel Paese a piedi, testando tracciando e isolando in centri gestiti dallo stato i casi sospetti per 14 giorni». «Il paragone con un Paese che ha riposto in maniera eccellente all’emergenza illustra ciò che si sarebbe potuto fare se non ci fossimo accaniti nella distruzione di un sistema sanitario pubblico e avessimo rafforzato a livello nazionale le cure primarie», scrive nel commento John Ashton, uno dei più noti esperti di salute pubblica nel Regno Unito.
L’Osservatorio epidemie della Johns Hopkins University, segnala gli ottimi risultati di un altro stato teoricamente sfavorito, il Vietnam. L’Osservatorio elogia la rapidità di azione del Paese, che con cento milioni di abitanti al confine con la Cina ha iniziato gli screening sui passeggeri in arrivo già l’11 gennaio e chiuso le scuole entro la fine del mese. Già a metà febbraio prime zone rosse, mascherine, distanziamento sociale. La capacità di test è arrivata a 27 mila tamponi giornalieri, quasi mille per ogni caso registrato.
Il risultato è sorprendente: nel Paese si sono registrati solo 369 casi e nessuna vittima, con una recessione economica molto limitata rispetto ai paesi vicini.