Covid al giro di boa estivo. Ci sarà la ripresa autunnale? Esperti di chiara fama si scannano sul terreno delle opposte previsioni. Cosa accadrà nell’autunno-inverno? Seconda ondata, sì o no.
Nel frattempo, qui e là per il globo, paesi in cui il virus pareva essersi placato vedono già ora una ripresa dei contagi. A piccoli sussulti, come nella Corea del Sud. Ma anche con strappi tragici e violenti come in Iran. Terre troppo lontane per impadronirsi delle prime pagine nostrane.
Pure, a due passi da casa nostra, situazioni che parevano in via di esaurimento virale o quanto meno in frenata, vedono riaccendersi le fiamme di un focolaio.
Sono i paesi che una volta avevano reso la Jugoslavia una nazione grande; quanto meno, messi insieme, pari ad un terzo dell’Italia. Una nazione, la Jugoslavia, che venne ridotta in frantumi a cavallo tra il precedente millennio e quello attuale. Con nazioni delle dimensioni che in parte riproducono quelle delle regioni italiane.
Forse per questo in pochi si sono accorti che in quella fetta dei Balcani (e non solo in quella, a dirla tutta) il covid ha ripreso piede.
Chi volete che vada a sbirciare i dati dell’autorevole Johns Hopkins University sul covid oltre la cinquantesima posizione? E invece, dalla Serbia a calare via via fino al Montenegro, i paesi della ex Jugo si collocano lì. Tra i 17mila casi della Serbia e i meno di mille del Montenegro. Ma messi assieme fanno 40mila casi.
Come dire che sul totale delle popolazioni i contagi marciano intorno al 2 per mille (due contagiati ogni mille abitanti), la metà comunque dell’Italia. Ma non è poca cosa. Perché, dopo un’apparente pausa, la ripresa di questi ultimi venti giorni è presente ovunque, anche se con numeri e tassi di crescita variabili. E ci offre l’immagine dell’intera ex nazione come quella di un paese che a pieno ritmo si avvia verso uno scenario inquietante di infezioni sempre più diffuse.
In parole povere i casi dei Paesi ex Jugo sono stati sei volte quelli italiani. E se consideriamo che la popolazione italiana è il triplo di quella degli altri paesi messi insieme, si può parlare di due giornate in cui i nuovi casi di oltre Adriatico hanno avuto un peso di quasi 20 volte superiore a quelli italiani.
Se continua così per qualche settimana ci sarebbero da ribaltare le ansie dei nostri vicini rispetto agli arrivi dalle italiche sponde.
Per dare un’idea più dettagliata, l’Emilia Romagna, che pure negli ultimi due giorni ha accusato diversi focolai e ha fatto registrare non poche preoccupazioni, ha visto in tali giorni, un numero di contagi che è poco più della metà di quelli della Croazia: una nazione con lo stesso numero di abitanti che fino a pochi giorni fa si presentava come virus free e che ancora oggi fornisce l’immagine di un approdo relativamente sicuro. O per altro verso il Montenegro, col doppio degli abitanti del Molise ha però registrato in due giorni “normali” tanti casi quanti il Molise ne aveva registrati nei 10/15 in cui si era verificato un picco mai più ripetuto di contagi.
Sì, alle porte d’Italia, abbiamo a che fare con una seconda ondata di contagi. E il fatto che essa si manifesti in una quantità di piccoli stati anziché in uno solo complica ulteriormente le cose. Come si conciliano il coprifuoco di Belgrado e le aperture ai turisti della Croazia? E quelle aree di casi crescenti che si insinuano nel Sangiaccato e nella Serbia del sud, come possono essere affrontate in maniera coordinata quando sono un tutt’uno con quanto si verifica nella Macedonia del nord e soprattutto nel Kosovo?
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A Belgrado nella notte c’è stata guerriglia urbana fra dimostranti antigovernativi e polizia nei dintorni del Parlamento. Le proteste hanno avuto inizio poco dopo la conferenza stampa nella quale il presidente Aleksandar Vucic ha annunciato nuove misure restrittive a Belgrado per contenere una rinnovata ondata di contagi e decessi per il coronavirus: il coprifuoco per tutto il prossimo fine settimana e il divieto di raduno con più di cinque persone al chiuso e all’aperto.
La manifestazione si è trasformata in una protesta violenta contro il governo e il presidente, accusati di cattiva gestione dell’emergenza sanitaria e di proseguire con una politica autoritaria e di controllo sui mezzi di informazione. A tarda notte la piazza si è placata ma resta tensione intorno agli edifici istituzionali.