I sette anni dal golpe dell’allora generale Abdel Fattah al-Sisi sono stati segnati dalle prime riaperture da Covid un po’ in calo, ma sempre minaccioso. Dall’aeroporto del Cairo partiti e atterrati 113 voli, interni e internazionali, mentre cinque musei e otto siti archeologici, tra cui le piramidi di Giza, hanno accolto i turisti. Ma la cronaca attenta di Chiara Cruciati sul Manifesto ci dice anche che l’epidemia di Covid- non s’è per niente fermata. Anzi. +1.485 casi, totale ufficiale a oltre 71mila, e 3mila vittime con ‘forte sconto’ ufficiale. Ma peggio, «Il sistema sanitario, è al collasso, vittima di anni di tagli e noncuranza», denunciano medici e infermieri pagando con licenziamenti e detenzioni.
E il golpe nato da poteste e speranze di altro genere che due anni e mezzo prima avevano riempito piazza Tahrir e fatto cadere il trentennale regime di Hosni Mubarak, diventano «La rivoluzione del 30 giugno». La piazza arrabbiata e affamata, e il 3 luglio il generale-ministro della Difesa al-Sisi che assume il potere destituendo il primo presidente democraticamente eletto d’Egitto, Mohammed Morsi. «All’epoca si festeggiò, lo fece anche la sinistra egiziana», riconosce Chiara Cruciati. «Morsi e la sua Fratellanza Musulmana avevano tradito la rivoluzione del 2011 con leggi liberticide». E di tradimento popolare in tradimento, siamo alla attualità del regime militare di Al Sisi fatto presidente.
«Le celebrazioni mediatiche di questi giorni non tengono conto nemmeno – com’è ovvio – dell’ultimo schiaffo in faccia a Patrick Zaki, lo studente dell’Università di Bologna incarcerato dal 7 febbraio scorso». Giustizia caricatura di rinvio in rinvio per decidere sulla ormai lunghissima ‘detenzione cautelare’ del giovane sospettati di essere ‘dissidente’. Dal 28 giugno rinvio al 12 luglio. Ovviamente senza avvocati presenti. Ma tv e giornali filo governativi non si occupano di queste minutaglie e celebrano, al sicuro da voci scomode dopo aver imbavagliato la stampa e messo al bando circa 60 siti di informazione indipendente, i mega progetti infrastrutturali, dall’allargamento di Suez a New Cairo, e le vittorie sul terrorismo. Terrorismo categoria elastica. Forse un po’ terroristi, scrivendo questo, lo siamo diventati un po’ anche noi.
Omissioni di bilancio. «19 nuove prigioni costruite dal 2013; 60mila prigionieri politici su una popolazione carceraria di 140mila unità; istituiti di pena sovraffollati, tra il 160% e il 300% in più della loro capacità; tre egiziani su dieci sotto la soglia di povertà e altrettanti appena sopra; spese folli per progetti infrastrutturali e armi (anche quelle italiane); un debito pubblico triplicato, da 112 miliardi di dollari del 2014 agli attuali 321». Prestiti internazionali fatti pagare con aumenti di tasse e tagli dei sussidi per i più poveri, mentre l’élite si arricchisce.
«Un’élite che coincide con la galassia di potere che tiene al suo posto il presidente al-Sisi: l’esercito e i servizi segreti».
«E mentre vedono crescere, grazie allo shopping di armi, la loro potenza di fuoco, i militari godono di un sistema giuridico che permette un controllo sociale pressoché totale, un groviglio di leggi anti-sciopero e anti-dissenso che fa il paio con la tradizionale macchina dello spionaggio interno. E che tiene l’Egitto in prigione».