L’Alitalia prende il volo per l’ennesima volta, sotto forma di una NewCo, (una nuova compagnia nella quale si immette la polpa, lasciando debiti e quant’altro alla vecchia gestione), una ulteriore iniezione di denaro pubblico, la nomina di nuovi vertici, ma ancora senza un piano industriale ed una strategia chiara. Proviamo ad ipotizzarla traendo spunto da alcuni indizi: la nomina di Francesco Caio a presidente, quella di Fabio Lazzerini ad amministratore delegato, ed un articolo di legge nel “cura Italia”, che favorisce le compagnie aeree e non aiuta certo i viaggiatori.
Aveva infatti destato stupore, e reazioni anche piccate e diffuse, la possibilità data alle compagnie aeree di rifondere i biglietti aerei già pagati, ma non utilizzati a causa del coronavirus, con voucher utilizzabili in un certo arco di tempo, piuttosto che con denaro sonante. La cosa era stata interpretata come un ulteriore “aiutino” all’Alitalia, ma forse ha un significato più complesso.
Francesco Caio è un manager esperto, ha una visione ed una esperienza internazionale, maturata in incarichi prestigiosi in Italia ed all’estero. E’ ben noto nel mondo degli affari inglesi, dove è stato anche consulente di quel governo per il programma di digitalizzazione del Paese. Fabio Lazzerini, portato in Alitalia dalla precedente gestione commissariale, è stato capo del settore commerciale, sa come sviluppare il business dell’azienda. Una Alitalia “stand alone”, in italica e splendida solitudine, non ha senso. Come non aveva senso ai tempi della sbandierata italianità, che aveva visto scendere in campo investitori privati con i risultati che adesso sono sotto gli occhi di tutti. Il business del trasporto aereo è difficile ed i profitti non sempre a portata di mano.
Per decenni l’Alitalia ha vissuto un autentico calvario, superato soltanto dalle immissioni continue di denaro pubblico, che dal 1974 ammontano a circa 12 miliardi di euro. Un vero pozzo di San Patrizio. Il colpo di grazia lo ha dato l’avvento delle compagnie low cost e la difficoltà a trovare proficue soluzioni di alleanza azionaria e commerciale. Si è tentata la vendita, ma i risultati sono stati deludenti. Ora, quasi per destino, la mazzata che il coronavirus ha dato a tutte le compagnie aeree mondiali spiana la strada a soluzioni più praticabili. Si può trattare su un piano più equilibrato, in mezzo a tante debolezze, senza dover subire diktat o ricatti.
Venuta meno l’alleanza con Delta Air Lines e Air France-Klm, ritiratesi a maggio, quella più proficua da perseguire sembra essere con Lufthansa. Su questo versante, l’esperienza di Lazzerini dovrebbe rivelarsi strategica. Per la parte azionaria, visto che presto o tardi lo Stato dovrà cedere o ridurre la sua quota anche per un adeguamento alle regole imposte dall’Unione Europea, ecco che entra in campo Francesco Caio e le sue relazioni con la comunità degli affari londinese. Come eventuali e futuri soci di maggioranza relativa pensiamo infatti a Ryanair o Easyjet, le due principali compagnie low cost, che con le loro politiche innovative hanno spiazzato il business aereo tradizionale.
Sia Michael O’Leary, l’irlandese patron di Ryanair, che il greco cipriota naturalizzato inglese Stelios Haji-Ioannou, socio di maggioranza di Easyjet, avevano in passato manifestato interesse per Alitalia. Interesse mai concretizzato, perché entrambi (ma maggiormente lo spregiudicato O’Lehary) volevano solo la polpa della compagnia. Volevano insomma fare uno “spezzatino” a loro favore, lasciando le disgrazie sul groppone dello Stato italiano. Anche altri pretendenti sembravano più che altro interessati a togliere di mezzo un concorrente e prendersi la parte buona. Adesso, il coronavirus ha sparigliato le carte e rimesso tutti i giocatori sullo stesso piano di debolezza, facilitando le trattative.
Le ipotesi che avanziamo hanno un senso ove si consideri che le due compagnie low cost operano principalmente da aeroporti secondari, dove pagano diritti molto ridotti, i loro costi sono stringati al massimo e possono attrarre una utenza di massa. Ciò avviene in via esclusiva su rotte a corto e medio raggio. Su questi aspetti l’Alitalia può fare ben poco, ma può comprimere i suoi eccessivi costi di gestione e mettere a disposizione la sua qualificata esperienza nel lungo raggio che si integrerebbe perfettamente con la rete dell’eventuale azionista low cost. Tra l’altro, potrebbe mantenere le sue più profittevoli rotte italiane, come la Milano-Roma su Linate e Fiumicino, apprezzate da una qualificata fascia di clientela d’affari. Vedremo nei prossimi mesi se le nostre ipotesi avranno pratica realizzazione. Di sicuro, con le sue mosse, il governo sta dando una grossa mano.