Ci sono buoni motivi per temere non solo che i conflitti favoriranno la diffusione del virus, ma anche che la sua diffusione potrebbe peggiorare le guerre. Potrebbero alimentarsi a vicenda, creando un circolo di vizioso difficile da fermare. Storia che parte da Atene e Sparta, guerra del Peloponneso narrata da Tucidide, alle guerre attuali e tensioni, esempio Usa Cina, a crescere.
Alcuni sperano ancora che di fronte a uno sterminatore che non fa distinzioni gli esseri umani di ogni fazione possano mettere da parte le armi, almeno per un breve periodo, per affrontare il nemico comune. António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, a marzo ha chiesto un cessate il fuoco globale e sembrava che più di una dozzina di paesi avessero dato ascolto al suo appello. Il 30 marzo l’Esercito di liberazione nazionale colombiano ha dichiarato il cessate il fuoco. Lo stesso ha fatto nelle Filippine il New people’s army (Nep), un gruppo guerrigliero comunista operativo dal 1969. L’Arabia Saudita ha tentato di ridurre le sue forze in Yemen e ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale. In Siria, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani con sede a Londra, a maggio sono stati uccisi 71 civili, la cifra più bassa dall’inizio della guerra civile nel 2011.
Ma presto tutto è saltato. Il Consiglio di sicurezza, la cabina di manovra delle grandi potenze all’Onu, è rimasto paralizzato dalle beghe tra gli Stati Uniti e la Cina, in alcuni casi riguardanti faccende “importanti” come il modo di chiamare il virus. Dall’inizio della pandemia secondo i dati raccolti dall’Armed conflict location & event data project, la violenza politica è aumentata in 43 paesi ed è rimasta costante in altri 45 paesi. Tra gli incrementi più significativi ci sono quelli in Libia, nello Yemen e in Mali. Fuga dalle guerre popoli e virus mentre sono costretti alla fuga i pochi che aiutano.
«Quelli che hanno le armi (governi e gruppi ribelli allo stesso modo) stanno sfruttando le opportunità create dal virus e dallo shock che questo ha provocato nella vita economica e sociale».
Anche gli eserciti e le flotte sono terreno fertile per il contagio. Le truppe ammassate nelle caserme, i marinai su navi affollate. Gli uomini in uniforme si radunano in grandi numeri per l’addestramento e le esercitazioni. Attraversano oceani e confini, soldati e insorti attraverso le frontiere. In Iran, uno dei paesi più colpiti in Medio Oriente con quasi novemila morti, la Mahan Air, compagnia aerea affiliata al corpo delle guardie della rivoluzione islamica, per settimane ha continuato a operare tra la Cina e l’Iran dopo che le altre compagnie avevano sospeso i voli. Diversi comandanti hanno contratto il virus. Anche il movimento di combattenti sciiti finanziati dalle guardie rivoluzionarie tra Iran, Iraq, Siria, Libano, Pakistan e Afghanistan ha diffuso l’infezione.
Negli Stati Uniti oltre ottomila militari sono risultati positivi al covid-19, e tre morti (il tasso di letalità tra giovani sani significativamente più basso di quello nel resto della popolazione). La marina statunitense costituisce un quarto del personale militare del paese, ma ben un terzo di tutti i contagi tra i militari. La Uss Theodore Roosvelt a marzo è stata costretta a interrompere le operazioni nel Pacifico e a tornare a Guam dopo l’esplosione di un focolaio di covid che ha infettato mille persone sulle cinquemila dell’equipaggio, incluso il capitano. Anche la Charles de Gaulle, unica portaerei francese, molto più piccola di quelle americane, è stata messa fuori uso dal covid-19, con due terzi del suo equipaggio risultati infetti (anche se solo la metà di questi era sintomatica).
«L’impellenza di sminuire le proprie debolezze e di offrire un’immagine di potenza ha causato delle nervose dimostrazioni di forza che l’International institute for strategic studies, definisce “deterrenza da pandemia”». A metà aprile la Cina ha mosso la sua portaerei attraverso lo stretto di Miyako tra Taiwan e il Giappone, a fare da contrasto ai guai della malconcia Roosvelt. Il 22 maggio gli Stati Uniti hanno apertamente fatto notare di avere in mare sette portaerei su undici, anche se è improbabile che fossero tutte in buona forma. A metà giugno, tre di queste sono state inviate nel Pacifico.
«Alcuni governanti potrebbero… considerare il covid-19 come una copertura per imbarcarsi in destabilizzanti avventure all’estero, o per distogliere l’attenzione dal malcontento interno», avverte l’International crisis group.
«Il confine tra deterrenza da pandemia e avventurismo può essere difficile da delineare». All’inizio di marzo le truppe indiane nel Ladakh, la regione himalayana confinante con la Cina, hanno rinviato la loro esercitazione annuale dopo che alcuni soldati erano stati contagiati dal covid-19. Ma l’Esercito popolare cinese si è precipitato su diverse zone contese del confine montagnoso, trincerandosi in un territorio strategico. L’esercito indiano vi si è imbattuto alla fine di aprile, e in tutta fretta ha deciso di trasferire altre forze verso le aree contese.