30 giugno di 60 anni fa nella Genova partigiana – Governo Tambroni MSI – ‘Camalli e scelbotti’

Genova, città medaglia d’oro al valor militare della Resistenza, città martire delle persecuzioni nazifasciste, provocatoriamente scelta dal Movimento sociale, il partito neo fascista allora di Almirante per il suo congresso nazionale. Il governo Tambroni che sui voti dell’Msi campa, consente, sottovalutando la risposta popolare di Genova partigiana. Due riferimenti di più vicina attualità, ‘Caserma dei reparto Celere’ della polizia a Bolzaneto, quello delle torture del G8 –antico vizio-, e i poliziotti da manganello (avevano un cordone sul davanti della divisa a distinguersi dagli altri), noti a Genova con dispregiativo di «Scelbotti», in ricordo e memoria del ministro degli interni Scelba che li aveva istituiti. (e.r.)

Il governo Tambroni

Il governo Tambroni, in carica dal 26 marzo 1960 al 27 luglio dello stesso anno, 123 giorni di vita sofferta. L’8 aprile il governo aveva ottenuto la fiducia ma solo grazie ai voti del Movimento Sociale, ovvero dell’estrema destra neofascista. Dimissioni immediate di numerosi neo ministri e sottosegretari e altre minacciate. L’11 aprile Tambroni si era quindi presentato nuovamente al presidente Gronchi con una situazione paradossale: il governo aveva appena ottenuto la maggioranza, ma erano contrari buona parte dei ministri del governo stesso. Gronchi fece presente che il Paese doveva avere comunque ‘un governo’ e che si sarebbero svolte di li a poco a Roma le Olimpiadi, per non parlare della necessità di approvare in autunno il bilancio dello Stato, come si chiamava un tempo la ‘finanziaria’. Il 29 aprile, con la stessa maggioranza sostenuta dalla DC e dal Movimento Sociale Italiano, il governo Tambroni ebbe anche il voto del Senato, ma era appena incominciata. E nonostante l’ottimismo del miracolo economico, stavano tuttavia emergendo parecchie contraddizioni, a partire dal fatto che non tutti ne godevano ancora in egual misura.

Sandro Pertini nel comizio in piazza delle Vittoria

Escalation

A maggio il Movimento Sociale Italiano chiese di fare il congresso nazionale a Genova, e cominciarono subito le proteste. Il 2 giugno Umberto Terracini, nel corso di un comizio per la festa della Repubblica, aveva invitato tutte le forze della Resistenza ad opporsi. Genova era la città che aveva dato il via all’insurezione il 24 Aprile, liberandosi da sola imponendo la resa alla divisione tedesca del generale Mainold nella mani del CLN. Genova decorata di medaglia d’oro al valor militare. A parte il congresso in sé, a scaldare particolarmente gli animi fu la presenza sfida dell’ex prefetto di Genova ai tempi della repubblica di Salò, responsabile della deportazione di centinaia di operai in Germania e zelante collaborato con i nazisti nei rastrellamenti degli ebrei. Una offesa insanabile, una situazione che minacciava di esplodere. Lo stesso Movimento Sociale probabilmente contava su un divieto del governo al congresso a Genova per salvare la faccia. Il 28, in un memorabile comizio al quale prese parte Sandro Pertini, davanti a più trentamila persone, fu lanciato l’ultimo avvertimento della Genova antifascista.

La giornata del 30 giugno

Lo sciopero generale. Il corteo si svolge regolarmente, ma i primi incidenti alla conclusione, intorno a piazza De Ferrari coinvolgendo rapidamente anche alcune delle strette vie circostanti (i ‘caruggi’). La tensione era altissima: fino a quel momento c’erano state sassaiole e zuffe confuse, ma la situazione era sul punto di precipitare. Per evitare che le forze di polizia usassero le armi da fuoco, il presidente dell’Anpi di Genova, d’intesa con la forza pubblica, riuscì in parte a calmare la situazione, ma il congresso restava. Il 1° luglio anche altre manifestazioni in diverse città, tra cui la vicina Torino. Il 2 luglio iniziò il congresso, ma ci anche uno sciopero generale che bloccò Genova. Di fronte allo spostamento della sede imposto dalle autorità verso un luogo più tranquillo, la direzione del Movimento Sociale sospese il congresso.

Oltre a Genova ci furono altre manifestazioni in tutta Italia e purtroppo a Reggio Emilia ci fu una tragedia: cinque operai rimasero uccisi dopo che la polizia aveva aperto il fuoco e ci furono vittime anche a Palermo e Catania. Il democristiano Cesare Merzagora, all’epoca presidente della Camera, propose una tregua di due settimane che funzionò. Il 19 luglio, ormai senza maggioranza e con un partito sfaldato, Tambroni si dimise.

La battaglia del 30 giugno letta in genovese

Il 30 giugno un corteo di 100 mila persone sfila per il centro, in una Genova piena di polizia, grate e di filo spinato, steso a difendere la zona dove si svolgerà il congresso dell’Msi. Per il G8 di Genova del 2001 lo Stato blinderà la città sull’esempio del 1960. L’inferno si scatena quando il corteo si sta disperdendo. Le camionette della polizia, infastidita dai fischi e dai canti partigiani, aziona gli idranti d’acqua sugli operai seduti a riposare sui bordi della fontana in Piazza de Ferrari. Dalle jeep le prime manganellate ma la reazione non si fa attendere e decine di migliaia di persone tornano ad aiutare gli antifascisti aggrediti dalla polizia. Tutta la zona nel giro di poco tempo si trasforma in un campo di battaglia.
Ad animare la riscossa dei lavoratori sono i portuali, i “camalli” che scendono in piazza con i ganci da lavoro e con le magliette a strisce che rimarranno fra i simboli di quelle giornate. Da via XX Settembre almeno 5000 manifestanti entrano in piazza De Ferrari. La polizia arretra e uno spara e ferisce un manifestante. Alcuni lavoratori si fanno inseguire dalla polizia nei vicoli stretti del centro, i famosi “carruggi”, dove dalle finestre volano pietre e vasi di terracotta sulle teste dei poliziotti. Alla fine della giornata il bilancio vedrà 160 feriti fra gli agenti contro una quarantina di antifascisti contusi. In quei giorni in tutta Italia la tensione tornò quasi al livello delle giornate insurrezionali del ’48.

Tags: Genova
Condividi:
Altri Articoli