Il governo Tambroni, in carica dal 26 marzo 1960 al 27 luglio dello stesso anno, 123 giorni di vita sofferta. L’8 aprile il governo aveva ottenuto la fiducia ma solo grazie ai voti del Movimento Sociale, ovvero dell’estrema destra neofascista. Dimissioni immediate di numerosi neo ministri e sottosegretari e altre minacciate. L’11 aprile Tambroni si era quindi presentato nuovamente al presidente Gronchi con una situazione paradossale: il governo aveva appena ottenuto la maggioranza, ma erano contrari buona parte dei ministri del governo stesso. Gronchi fece presente che il Paese doveva avere comunque ‘un governo’ e che si sarebbero svolte di li a poco a Roma le Olimpiadi, per non parlare della necessità di approvare in autunno il bilancio dello Stato, come si chiamava un tempo la ‘finanziaria’. Il 29 aprile, con la stessa maggioranza sostenuta dalla DC e dal Movimento Sociale Italiano, il governo Tambroni ebbe anche il voto del Senato, ma era appena incominciata. E nonostante l’ottimismo del miracolo economico, stavano tuttavia emergendo parecchie contraddizioni, a partire dal fatto che non tutti ne godevano ancora in egual misura.

A maggio il Movimento Sociale Italiano chiese di fare il congresso nazionale a Genova, e cominciarono subito le proteste. Il 2 giugno Umberto Terracini, nel corso di un comizio per la festa della Repubblica, aveva invitato tutte le forze della Resistenza ad opporsi. Genova era la città che aveva dato il via all’insurezione il 24 Aprile, liberandosi da sola imponendo la resa alla divisione tedesca del generale Mainold nella mani del CLN. Genova decorata di medaglia d’oro al valor militare. A parte il congresso in sé, a scaldare particolarmente gli animi fu la presenza sfida dell’ex prefetto di Genova ai tempi della repubblica di Salò, responsabile della deportazione di centinaia di operai in Germania e zelante collaborato con i nazisti nei rastrellamenti degli ebrei. Una offesa insanabile, una situazione che minacciava di esplodere. Lo stesso Movimento Sociale probabilmente contava su un divieto del governo al congresso a Genova per salvare la faccia. Il 28, in un memorabile comizio al quale prese parte Sandro Pertini, davanti a più trentamila persone, fu lanciato l’ultimo avvertimento della Genova antifascista.

Lo sciopero generale. Il corteo si svolge regolarmente, ma i primi incidenti alla conclusione, intorno a piazza De Ferrari coinvolgendo rapidamente anche alcune delle strette vie circostanti (i ‘caruggi’). La tensione era altissima: fino a quel momento c’erano state sassaiole e zuffe confuse, ma la situazione era sul punto di precipitare. Per evitare che le forze di polizia usassero le armi da fuoco, il presidente dell’Anpi di Genova, d’intesa con la forza pubblica, riuscì in parte a calmare la situazione, ma il congresso restava. Il 1° luglio anche altre manifestazioni in diverse città, tra cui la vicina Torino. Il 2 luglio iniziò il congresso, ma ci anche uno sciopero generale che bloccò Genova. Di fronte allo spostamento della sede imposto dalle autorità verso un luogo più tranquillo, la direzione del Movimento Sociale sospese il congresso.
