
Partiamo dalla distruzione del ‘secondo tempio’ di Gerusalemme, il cosiddetto Tempio di Erode, il cui nucleo originario secondo la tradizione era stato edificato da re Salomone. Nel 66 d.C. i Romani, che avevano conquistato la città durante la prima guerra giudaica (che altro non fu che la dura repressione di una rivolta contro l’amministrazione di Roma), lo distrussero in pochi giorni. Il motivo addotto fu militare: nel tempio, trasformato in fortezza, si erano asserragliati gli ultimi ribelli e per sconfiggerli la distruzione era stata inevitabile. Il significato politico era però molto chiaro: Roma con quel gesto intendeva assoggettare al suo potere tutta la turbolenta Palestina e nello stesso tempo ammonire severamente chi ancora covasse sentimenti di ribellione. Come si è detto non fu il primo caso in assoluto di voluta distruzione di un simbolo dell’avversario ed altre ne seguirono per secoli e secoli.
Più complessa è la vicenda della biblioteca di Alessandria d’Egitto, che – contrariamente a quanto si crede – non fu distrutta completamente ‘solo’ perché incendiata dai conquistatori islamici nel 642 d.C., ma subì invece notevoli danni anche nei secoli precedenti. Il primo responsabile fu Giulio Cesare quando nel 48 a.C., nel corso della spedizione in Egitto, non seppe (o non volle … ) far fronte a un incendio che, pur se scoppiato nel porto, si estese alla città e quindi anche alla biblioteca. Tutti gli storici antichi concordano sul fatto che i danni furono molto gravi, ma il solo ad attribuire direttamente a Cesare il primo incendio fu Plutarco. Un secondo episodio avvenne intorno al 270 d.C. durante la guerra tra l’imperatore Aureliano e la regina Palmira: il quartiere della città dove sorgeva la biblioteca fu raso al suolo e con esso la biblioteca. Nel V secolo d.C., dopo che l’imperatore Teodosio bandì ufficialmente le religioni ‘pagane’ ancora praticate nell’impero, la biblioteca fu saccheggiata alla ricerca di testi pagani da bandire, cioè in pratica da bruciare, e anche in quell’occasione si parlò di distruzione dei volumi. L’incendio dei libri antichi attribuito al califfo Omar fu quindi l’ultimo in ordine di tempo, ma forse non l’evento determinante della distruzione.
La storia insomma è disseminata di episodi simili, molte volte dimenticati, anche se spesso accaduti nelle stesse città dove abitiamo. Padova fu conquistata dai veneziani nel 1405 dopo la sconfitta dei precedenti signori: nel 1420 un furioso incendio distrusse la copertura di uno degli edifici più prestigiosi che costituivano l’orgoglio della città da più di un secolo, il Palazzo della Ragione. Una certa impacciata lentezza dei nuovi governanti veneziani nell’intervenire a spegnere le fiamme fu interpretata in seguito come volontà nascosta di fare sparire le ultime tracce della sconfitta signoria cittadina ed in effetti lo stemma dei Carraresi, cancellato o rovinato dalle fiamme, ricomparve solo dopo attenti restauri. Infine, per restare sempre nei domini della Serenissima, le storie legate ai leoni di san Marco disseminati nelle antiche province e poi distrutti sono praticamente infinite: i primi a scalpellare i leoni alati – si disse – furono i Turchi in Levante, poi vennero i francesi di Napoleone, ma in tempi successivi furono accusati anche gli yugoslavi. Negli anni Trenta, dopo una fallita rivolta suscitata dai seguaci di Ante Pavelic, a Traù, per manifestare il risentimento contro l’Italia mussoliniana (che in effetti aveva addestrato e armato i ribelli croati), i leoni marciani furono presi a martellate.
Tra notizie false ed esagerazioni, per rabbia autentica o semplicemente per dimostrare chi comandava, le distruzioni mirate di monumenti purtroppo si sono verificate sempre e dappertutto: ad esempio anche oggi si parla delle distruzioni di alcune chiese in Francia durante la rivoluzione francese. Le ultime ancora vive nelle memoria restano il ponte di Mostar nel 1993, il Buddha di Bamiyan in Afghanistan nel 2001 e il sito archeologico di Palmira nel 2015, ma furono molte di più. Solo il ponte di Mostar è stato però ricostruito, mentre è molto difficile o quasi impossibile immaginare un intervento negli altri luoghi. Ultima, ancora in corso in questi giorni, la ‘guerra delle statue’ negli Stati Uniti, soprattutto negli stati del Sud, quelli che avevano dato vita alla Confederazione schiavista, ma anche in Europa. Non ci è limitati solo ad alcuni generali sudisti, ma per la seconda volta in pochi anni anche numerose statue di Cristoforo Colombo, padre di tutti i colonialismi, sono state abbattute o decapitate. Nemmeno in Gran Bretagna è stata risparmiata l’effige di un personaggio che legò la sua fortuna alla tratta degli schiavi. Decine di casi sparsi e diversi l’uno dall’altro che però diventano dei segnali da cogliere.