Si parla di un ‘pacchetto’, tra 9 e 11 miliardi di euro comprendenti, -sempre indiscrezioni in attesa di Di Maio-, altre quattro fregate e 20 pattugliatori d’altura di Fincantieri, 20 velivoli da addestramento M346 di Leonardo, 24 caccia Eurofighter Typoon e un satellite da osservazione.

Dubbi geopolitici lasciando la questione armi e Regeni per un attimo da parte. Quegli armamenti italiani vanno a rafforzare l’esercito di un paese che nel Mediterraneo ha interessi apparentemente diversi se non addirittura contrapposti diversi da quelli italiani, vedi la Libia, con Roma schierata al fianco del tripolino Fayez Sarraj e Il Cairo che sostiene e arma il generale Khalifa Haftar. Per non parlare dello scontro sulle estrazioni petrolifere sottomarine tra Egitto e Turchia e l’Eni nel mezzo. Battaglie navali.
Il generale Asl Sisi che si è fatto presidente. «Quale sia la politica perseguita dall’ex generale golpista è chiaro», sostiene Chiara Cruciati. «Privo di uno schieramento politico ramificato come fu per Hosni Mubarak il Partito nazionale democratico o per Mohammed Morsi la Fratellanza Musulmana, al-Sisi ha a disposizione l’esercito. È sulle forze armate e i servizi segreti che si fonda la legittimazione del sistema di potere instaurato dal golpe del 2013».
Esiste un vero e proprio oligopolio economico e commerciale delle aziende delle forze armate. Che producono di tutto, dalla pasta alle televisioni, dai fertilizzati al cemento. Che controllano circa il 40 per cento del Pil di tutto il Paese, sino a ieri, pre Covid, di circa 250 miliardi di dollari l’anno. «Grazie anche all’uso di manodopera a basso costo (decine di migliaia di reclute pagate poche decine di dollari al mese) e alla vincita di appalti milionari per le mega infrastrutture volute da al-Sisi», denuncia il Manifesto.
«L’Egitto, tra il 2015 e il 2019, ha incrementato del 206% le importazioni di armi rispetto al quinquennio precedente, scalando la classifica: è terzo al mondo per acquisto di materiale militare e, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, le sue importazioni rappresentano il 5,58% del mercato globale con 40 accordi di vendita dal valore totale di 15 miliardi di dollari siglati negli ultimi sei anni».

Un mese fa Il Cairo chiede al Fondo monetario internazionale un altro prestito per affrontare l’emergenza Covid-19 che, secondo il ministro delle Finanze Mohamed Mohamed Maait, è costato al paese 8,66 miliardi di dollari a causa del crollo del turismo, delle rimesse dall’estero e del tasso di occupazione. E l’Fmi 2,7 miliardi di dollari, oltre ai 12 già dati nel 2016.
Severo piano di riforme economiche interne imposto dal Fmi a costi umani interni salatissimi. Tutto costa di più (corrente elettrica +19%), ma soprattutto sale il ‘tasso di povertà’. Il 32,5% degli egiziani, 32 milioni di persone, vive sotto la soglia di povertà, un altro 30% poco sopra. «Chi paga dunque lo shopping militare di al-Sisi, in un paese il cui reddito pro capite sfiora appena i 3mila dollari l’anno?»
La risposta di Chiara Cruciati a sorprendere. In parte gli stessi paesi che vendono. È il caso italiano, secondo indiscrezioni riportate dal sito egiziano di monitoraggio Egypt Defence Review e da quello italiano Start Magazine: Cassa Depositi e Prestiti, controllata del ministero dell’Economia, potrebbe fornire una garanzia di 500 milioni di euro per l’operazione delle due fregate Fremm, dossier visionato dal cda lo scorso gennaio, coinvolgendo la Sace e diverse banche, quali Intesa San Paolo, Bnp Paribas e Santander.
«Le valutazioni politiche su cosa sia più opportuno sostenere non le fa Cassa Depositi e Prestiti, il cui mestiere è tutelare l’industria italiana tra cui la cantieristica, ma chi la controlla, il governo». E quei passiamo alla lacerante questione dell’industria degli armamenti e, soprattutto in questa coso, di armi vendute ad un Paese dove la violazione dei diritti umani è costante ed evidente

Papà e mamma Regeni: «Lo Stato italiano ci ha tradito. Siamo stati traditi dal fuoco amico non dall’Egitto». «Il tradimento dello Stato italiano» è avvenuto – ha spiegato Claudio Regeni su La7 – la prima volta il 17 giugno 2017 quando ha inviato l’ambasciatore al Cairo e ora con la vendita delle fregate».
Controreplica dall’interno politico della maggioranza di governo. «Ipotizziamo che si bloccasse la vendita delle nostre fregate Fremm all’Egitto: avremmo davvero rafforzato la sacrosanta richiesta di verità e giustizia per Giulio Regeni e Patrick Zaki?». Domanda retorica. Teoria a sostegno degli attuali rapporti con l’Egitto: più interessi condivisi più possibilità di verità. Fosse vero, comunque senza accordi alla chetichella come in questo caso.