Sta accadendo a non molte ore di mare dalla coste italiane e francesi e spagnole. «A due passi dalle coste europee –osserva Pierre Haski, France Inter- eppure finisce raramente sulle prime pagine dei giornali. Eppure l’internazionalizzazione del conflitto minaccia di scatenare una grave crisi nel Mediterraneo orientale, in cui sarebbe coinvolta anche la Francia». Lui francese, si preoccupa giustamente prima di quello. Per noi italiani che quasi da soli abbiamo dovuto reggere l’impatto di una migrazione di massa, è molto molto peggio.
Sul campo si registra la sconfitta del maresciallo Khalifa Haftar nel suo tentativo di conquistare Tripoli. L’esercito di Haftar, la cui base si trova nella zona orientale della Libia, era arrivato alle porte della capitale, ma recentemente ha perso buona parte del terreno guadagnato e rischia di perdere anche l’importantissima città di Sirte. «Tuttavia la posta in gioco in Libia va oltre il destino dei capi della guerra. Il conflitto, infatti, ha ormai assunto una dimensione internazionale. L’avanzata di Haftar è stata possibile grazie al sostegno degli Emirati Arabi Uniti e della Russia, mentre il governo di Tripoli ha potuto contrattaccare sfruttando l’aiuto decisivo della Turchia e del Qatar.
Un anno e gli equilibri nel Mediterraneo orientale sono cambiati. Al centro della nuova escalation c’è soprattutto la Turchia, che in caso di successo da parte del governo di Tripoli otterrebbe una serie di benefici che preoccupano i rivali regionali. «Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha investito molto nell’iniziativa, convinto di poterne uscire vincitore non solo in termini di influenza in Libia ma anche nel braccio di ferro ben più importante sulle riserve di idrocarburi nel Mediterraneo orientale». Due giorni fa l’analisi di Alberto Negri su Remocontro, «Sarraj conquista Tarhuna, Erdogan sbaraglia Haftar e la Libia ritorna ottomana». (https://www.remocontro.it/2020/06/06/sarraj-conquista-tarhuna-erdogan-sbaraglia-haftar-e-la-libia-ritorna-ottomana/)
Il 6 giugno al Cairo il vertice organizzato dal presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, con la partecipazione di Haftar ma non del governo di Tripoli, di cui abbiamo detto all’inizio. Iniziativa di pace poco credibile che arriva subito dopo il fallimento dell’offensiva di Haftar. L’obiettivo reale del vertice, comunque, era quello di spingere la Turchia sulla difensiva accusandola di rifiutare la pace. Erdoğan si muove in acque molto agitate, cercando di evitare gli scogli più pericolosi.
A febbraio la Francia aveva la portaerei Charles de Gaulle nel Mediterraneo orientale, prima di doverla ‘ricoverare’ per Covid. Comunque una dimostrazione di forza rivolta alla Turchia, le cui navi per la ricerca di giacimenti erano state avvistate nella zona economica di Cipro, paese dell’Unione europea. Il faccia a faccia, tanto insolito quanto pericoloso, ha opposto due paesi che fanno parte della stessa alleanza militare, la Nato, che sempre più scricchiola.
Da Palazzo Chigi, telefonata Conte al-Sisi a dirsi che è meglio la pace della guerra, a difendere alcuni interessi condivisi, fregate multiruolo Fremm (due già vendute, scrive l’Ansa), 24 caccia multiruolo Eurofighter e altrettanti aerei addestratori M346, e certi pozzi marini Eni del miracolo. Poi ovviamente anche un po’ di caso Regeni. Poi la Farnesina ha ripetere l’orazione a sostegno di un accordo di tregua nato morto. Ne parla l’agenzia Ansa per dovere nazionale e nessun altro. «Cessate il fuoco duraturo sotto la guida delle Nazioni Unite», stile letterina a Babbo Natale.
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