Svolta nel conflitto. Risolutivo l’intervento turco: cade Tarhuna, Tripoli è salva e ora nel mirino il premier al Sarraj può mettere i pozzi di petrolio sulla costa e nel sud. All’Italia la vittoria del Sultano potrebbe non dispiacere. Ma nulla è gratis
Una sonante vittoria per l’autocrate turco che abbiamo voluto anche noi italiani ed europei lasciando aperta la porta di Tripoli dove la Turchia è entrata firmando il 27 novembre scorso due accordi con il premier Fayez al Sarraj, uno sulla difesa, l’altro sulla delimitazione della acque territoriali del Mediterraneo orientale.
Droni, armi, mercenari siriani e forze turche direttamente impegnate sul campo: ecco come è stato sconfitto Haftar. Ma soprattutto Ankara ha schierato la difesa anti-aerea che ha impedito al generale di colpire Tripoli e dominare i cieli. I missili anti-aerei russi Pantsir catturati alle milizie di Haftar ed esibiti come un trofeo nella piazza dei Martiri di Tripoli sono stati un po’ il simbolo di questa controffensiva.
A novembre Sarraj, il suo vice Meitig e il ministro degli esteri Syala, assediati da Haftar, avevano l’acqua alla gola ma non volevano i turchi. Prima hanno chiesto aiuto all’Italia, poi alla Gran Bretagna e agli Usa, tutti hanno risposto di no «per non essere coinvolti in una guerra civile», che per altro venne scatenata nel 2011 da Parigi, Londra e Washington con il loro intervento aereo e quello della Nato contro Gheddafi. Erdogan, riottoso membro dell’Alleanza, è stato svelto a entrare nell’ex colonia che l’Italia aveva strappato all’impero ottomano nel 1911.
Una rivincita la sua avvenuta nel centenario del trattato di Sanremo sulla spartizione dell’Impero Ottomano e con il consenso della Russia, che nel quadro delle intese con la Turchia sulla Siria e sulle forniture ad Ankara dei missili russi S-400 non ha sostenuto più di tanto Haftar, foraggiato di armi e soldi dagli Emirati arabi uniti e dall’Egitto.
Mentre Sarraj andava in Turchia a incontrare l’ambasciatore americano, giovedì a Mosca venivano ricevuti sia il suo vice che il ministro degli Esteri di Tripoli. Un segnale che per Putin, Haftar non è più un cavallo su cui puntare, forse dal giorno in cui nel gennaio scorso ha vissuto come un affronto il rifiuto del generale, convocato a Mosca alla vigilia della conferenza di Berlino, di firmare l’accordo di tregua proposto dal presidente russo.
Chi vuole frenarne la caduta sono soprattutto gli Emirati del principe ereditario Mohammed Bin Zayed, già militarmente impegnato in Yemen, che in Libia vedeva la grande occasione per affermare il suo ruolo di “Sparta del Golfo” e regolare i conti con i Fratelli musulmani di Tripoli, obiettivo condiviso dal generale al Sisi e dall’Arabia Saudita, ovvero da quella “Nato araba” ostile all’islam politico e alla Turchia alleata del Qatar, la monarchia che ha fornito ad Ankara l’appoggio finanziario e logistico per liberare la Tripolitania.
Alcune vittorie sono il risultato di calcoli sbagliati. L’avanzata di Haftar l’anno scorso sembrava preludere una «vittoria lampo», così l’aveva intesa Trump, su consiglio di al Sisi e del principe degli Emirati, telefonando il suo appoggio al generale. Poi gli Usa hanno cominciato a fare marcia indietro quando un’eventuale affermazione di Haftar poteva spianare la strada a una base russa in Libia e adesso corteggiano al Sarraj.