• 3 Luglio 2020

Dietro la crisi di Hong-Kong ora spunta Taiwan

I cinesi sotto schiaffo perenne di un Trump che non sa più su chi scaricare la rabbia che travolge il suo Paese, per la prima volta con problemi economici in casa, dopo Hong Kong ora minacciano Formosa in base alla legge anti-secessione del 2005

Un Paese e due sistemi

Cina – Hong- Kong. E se sotto la formuletta, ormai trita e ritrita, “un Paese e due sistemi” si nascondesse una strategia molto più ampia, che mira a raggiungere altri obiettivi di maggiore portata? Per essere chiari, sembra che il colosso asiatico stia sfruttando il momento di debolezza planetaria innestato dal Coronavirus per le sue scorribande in politica estera. Sì, perché la verità è che esiste un problema aperto da lunga pezza nel subconscio di Pechino, che si chiama Taiwan. Venerdì, per la prima volta, la Cina è uscita allo scoperto. Un altissimo esponente dell’Esercito popolare, il generale Li Zuocheng, ha sparato una dichiarazione incendiaria, affermando che in base alla legge anti secessione del 2005,  Pechino ha tutte le basi giuridiche per attaccare militarmente l’isola di Formosa. La minaccia  ha mandato in fibrillazione le Cancellerie mondiali, a cominciare dalla Casa Bianca.

Per Trump un oceano di guai

Per ora Trump ha reagito “solo” preannunciando ulteriori sanzioni economiche  e restrizioni all’ingresso di cittadini cinesi negli Usa . Nella riunione convocata all’Onu, Regno Unito e Stati Uniti hanno ribadito che deve essere rispettato integralmente il trattato per il trasferimento di sovranità di Hong-Kong sottoscritto da Londra e Pechino alla fine degli Anni’90. L’ambasciatore cinese Zang Jun ha risposto dicendo che il suo Paese non tollererà interferenze straniere. Taiwan, dunque, è la vera  ferita subliminale all’orgoglio nazionale del colosso asiatico. Qualcuno già lo dice a mezza voce: è forse proprio là che Pechino vuole andare a parare. Hong-Kong e le relative leggi liberticide non sono altro che un antipasto, una prova generale di quello che il Partito comunista (si fa per dire) cinese si è messo in testa. Dunque, gratta gratta, spunta Formosa. Una Hong-Kong moltiplicata per dieci, ma soprattutto l’equivalente nel subconscio nazionale cinese, di quella che fu l’Abissinia per l’Italia bastonata di Adua.

Una ferita cinese da sanare

Una ferita da sanare. Peggio, un bubbone da estirpare con il bisturi, costi quel che costi pur di continuare a gettare colate di cemento su una presunta coesione nazionale fabbricata a tavolino e non attraverso i meccanismi più tortuosi e ardui della democrazia. Anche se  i taiwanesi hanno ribadito ( excusatio non petita) la loro  indipendenza sancita dalla storia e dal diritto internazionale. Affermazioni che hanno fatto infuriare Pechino. Che evidentemente, dell’isola perduta, ha fatto il chiodo fisso del suo revanchismo nazionale. E se la Germania Ovest si è comprata a peso d’oro la Germania Est, nel corso dei decenni, pagando oboli e tributi assortiti a Mosca, perché allo stesso modo non potrebbe fare Pechino raggiungendo un gentlmen ’s agreement  con gli Stati Uniti?  Potere del dollaro e dell’economia, verrebbe voglia di dire, prima di tutto. Ma certo le guerre doganali, le battaglie mondiali sull’Export, la corsa all’accaparramento del debito pubblico americano, la frenesia terzomondista cinese tutta mirata al do ut des, fanno pensare che lo scenario strategico di Pechino sia molto più ampio e profondo di quello che appare.

Diplomazia e cronaca

Così, ora l’architettura diplomatica si mischia alla cronaca. La nuova disciplina liberticida su Hong-Kong, anche se finora non è stata esplicitata, rompe di sicuro l’intesa che era stata raggiunta col Regno Unito alla fine degli anni’90 per il passaggio di consegne sulla sovranità dell’isola. Era chiaro che il capitalismo d’assalto di Hong-Kong, paradiso finanziario asiatico, prima o dopo sarebbe arrivato ai ferri corti col capitalismo di stato della nuova madre patria. Pechino utilizza Hong-Kong come una testa di ponte verso la globalizzazione, ma non vuole pagare dazio. Ne prende tutti i benefici, ma ne teme anche il “contagio”, che potrebbe estendersi alle altre zone economiche speciali che non chiedono solo migliore qualità della vita, ma anche maggiore autonomia e libertà senza limiti. E questo farebbe implodere l’ibrido sistema istituzionale che Pechino è stato capace di assemblare.

Trump elettorale ma quanto costa Hong Kong?

Trump lo sa e sfrutta il delicatissimo momento per trovare nuovo carburante nella corsa verso le Presidenziali. Donald ha bisogno di alimentare il confronto con Pechino per toccare le corde più sensibili dell’elettorato Usa. Per questo minaccia sfracelli e nuove sanzioni economiche. Londra, punta nel vivo, invece studia la possibilità di concedere la cittadinanza ad almeno 300 mila abitanti di Hong-Kong. Sarebbero emigranti di lusso, accolti con tutti gli onori, perché, in gran parte, porterebbero qualità ed “expertise”. Tutto questo per la serie “ quando l’emigrazione ad alto valore aggiunto” conviene. Adesso la domanda più importante è una: fino a che punto avranno voglia di spingersi i contendenti? Se la Cina terrà la sua posizione  e affonderà il coltello nel burro, allora l’Occidente dovrà reagire. Ma chi ha voglia di morire ( solo economicamente, è chiaro ) per Hong-Kong?

Piero Orteca

Piero Orteca

Piero Orteca, giornalista, analista e studioso di politica estera, già visiting researcher dell’Università di Varsavia, borsista al St. Antony’s College di Oxford, ricercatore all’università di Maribor, Slovenia. Notista della Gazzetta del Sud responsabile di Osservatorio Internazionale

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