Un secolo e mezzo di tensioni razziali negli Stati Uniti

Prima fu in genocidio dei popoli americani originari, gli ‘Indiani’ dell’inciampo di Cristoforo Colombo, i ‘pellerossa’, la prima definizione razzista –il distinguo per colore di pelle- negli ancora embrionali Stati faticosamente Uniti.

21 marzo 1965, Alabama, Martin Luther King durante la grande manifestazione contro la segregazione razziale

«Black Codes», liberi sì ma non troppo

Un secolo e mezzo fa per abolire la schiavitù fu combattuta una delle guerre più sanguinose della storia moderna, che per di più fu anche una lotta fratricida. Solo pochi mesi prima che l’esercito confederato del Sud si arrendesse ad Appomatox Court House il 9 aprile 1865, il presidente Abrahm Lincoln nel dicembre 1864 aveva forzato il congresso ad approvare il XIII emendamento alla costituzione degli Stati Uniti. Stabiliva la fine della schiavitù, divenuta legge operativa nel dicembre dello stesso anno. Ma la vicenda non si concluse allora. Già nello stesso 1865 cominciarono, soprattutto negli stati del Sud ancora sotto occupazione militare nordista, ad essere emanate delle legislazioni speciali – meglio note come «Black Codes» – per limitare i diritti degli ex schiavi appena liberati. Furono disciplinati così, in alcuni singoli stati, aspetti fondamentali della vita quotidiana degli afroamericani quali l’accesso all’istruzione, il diritto di voto, la facoltà di contrarre matrimonio, il minimo salariale più basso per i lavoratori di colore o il diritto al lavoro in ambito pubblico.

Il tredicesimo Emendamento

Le contraddizioni del XIX secolo

Cominciò nello stesso momento una fase a due velocità: da una parte provvedimenti ufficiali che moderatamente miravano all’integrazione, ma dall’altra le forti resistenze di ampi strati della popolazione. Al Sud nel 1866 fu fondato il famigerato Ku Klux Klan, ma contemporaneamente – nonostante il veto del presidente dell’epoca Andrew Johnson – fu approvata una legge che concedeva la cittadinanza americana a tutti i nati negli Stati Uniti. Cittadinanza significava uguali diritti davanti alla legge e il passo successivo fu l’approvazione del XV emendamento che garantiva il diritto di voto e successivamente una legge ordinaria che garantiva la parità di trattamento anche nei locali pubblici. Servì a poco: nel 1875 il partito democratico nel Mississipi e South Carolina organizzò una serie di intimidazioni per impedire il voto degli americani di colore o meglio per evitare che votassero per i repubblicani (allora le posizioni destra sinistra attuali risultavano sostanzialmente rovesciate – NdR). Proprio ad Hamburg, nei pressi di Savannah, nel 1876 si ebbe il primo serio ‘incidente’ a sfondo razziale dopo la guerra di secessione: fu impedito con la violenza che afroamericani transitassero lungo una strada abitata da bianchi e i disordini che seguirono causarono la morte di sette persone. 

La strage di Hamburg

Il ritorno delle legislazioni segregazioniste

La seconda fase delle legislazioni segregazioniste cominciò praticamente allora e durò in pratica fino agli anni Sessanta di questo secolo: le leggi furono definite «leggi Jim Crow», ispirandosi al modo di dire piuttosto dispregiativo utilizzato per chiamare genericamente gli afroamericani. Nel 1883, nonostante la Corte Suprema avesse stabilito da pochi anni che anche americani di colore potessero far parte delle giurie popolari nel corso dei processi, fu rivista in senso restrittivo la prima legge del 1875 (Civil Rights Act) e si arrivò alla legittimazione della segregazione razziale nel 1896. Nel frattempo però cominciarono a sorgere movimenti per l’emancipazione e soprattutto furono denunciate pubblicamente pratiche quali la giustizia sommaria (ovvero i ‘linciaggi’) che nella stragrande maggioranza dei casi era rivolta contro presunti colpevoli afroamericani. L’avvento del nuovo secolo – che non si sapeva ancora sarebbe diventato il ‘secolo americano’ – fu salutato da due eventi molto contradditori: il presidente Theodore Roosevelt (da non confondere con Franklin Delano) che invitò ufficialmente il primo scrittore afroamericano alla Casa Bianca, ma, in seguito a disordini scoppiati per l’accusa di omicidio rivolta ad un soldato afroamericano che prestava servizio in Texas, lo stesso presidente congedò dal servizio ‘con disonore’ un intero reparto composto da americani di colore.

Nord della fine della segregazione e dopo

Non stupisce che, a partire dalla fine dell’Ottocento, moltissimi afroamericani dagli stati del Sud, si siano trasferiti a Nord con vere e proprie ondate migratorie: la prima ebbe come meta il Kansas e nacque allora l’espressione ‘exoduster’. In seguito, a partire dal primo decennio del Novecento fino agli anni Settanta, i migranti interni sarebbero stati più di sette milioni. I frequenti incidenti o disordini a sfondo razziale che si verificarono negli altri stati fanno sospettare che anche al Nord ci siano state non poche difficoltà per una piena integrazione, a partire dai disordini di Springfield (Illinois) nel 1906 per l’arresto di due afroamericani ‘sospetti’, e addirittura nel 1921 a Tulsa (Oklahoma) dove si verificò un vero e proprio linciaggio di spaventose dimensioni, sebbene oggi completamente dimenticato. Tra il 30 maggio e il 1° giugno la città fu letteralmente messa a ferro e fuoco da centinaia di bianchi che tra l’altro incendiarono il quartiere industriale dove risiedevano gli afroamericani, giungendo a lanciare da un piccolo aeroplano candelotti di dinamite sulle loro abitazioni, e dove la Guardia Nazionale non esitò a fare ricorso alle mitragliatrici. Seguirono altri incidenti di notevoli dimensioni, tutti originati sempre e comunque da un atto di forza di dubbia legalità. I fatti di Watt nel 1965, di Detroit e Newark nel 1967, di Los Angeles nel 1992 o i più recenti a Ferguson nel 2014 hanno insomma una storia molto più antica, nonostante più di mezzo secolo di politiche a favore dei diritti civili. 

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