«Abbiamo detto a Fiat che con il prestito ci devono pagare investimenti in Italia», dichiara il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. «Abbiamo detto ‘no’ a delocalizzazioni. La garanzia dello Stato è legata a queste condizioni». E il ministro assicura (forse non fidandosi del tyutto), che lo Stato ha chiesto impegni precisi alla società. «Condizioni aggiuntive e stringenti sugli investimenti, l’occupazione e il mantenimento della produzione in Italia».
«Tutti i prestiti alle imprese, come quello richiesto da Fca, devono avere delle condizionalità precise: che siano finalizzati, che non ci siano delocalizzazioni, che vengano garantiti i livelli occupazionali, che non si chiudano stabilimenti», afferma il segretario generale della Cgll, Maurizio Landini. Per la Cisl, «verifica puntuale da parte dello Stato che le risorse siano utilizzate esclusivamente per gli investimenti produttivi nel nostro Paese».
Il Governo ha previsto nei vari decreti alcune condizioni precide: «avere sede legale in Italia, non distribuire i dividendi, impegnarsi a orientare quei finanziamenti a tutelare occupazione e capacità produttiva nel nostro Paese». Ma c’è da fidarsi della Fiat-Fca multinazionale? «Fiat non è più un campione industriale italiano ma una multinazionale con investimenti in tutto il mondo, sede legale a Londra e fiscale in Olanda», osserva il ministro Provenzano. Quindi, «Nessuno, al di fuori di alcuni alti dirigenti dell’Agenzia delle Entrate e del management internazionale di Fca, conosce con esattezza come sono distribuiti i profitti delle varie filiali e come ripartisce il carico fiscale nei vari paesi in cui opera».
Massimo Franchi, sul Manifesto per nostra memoria. Nel 2014 Sergio Marchionne completa la fusione di Fiat con Chrysler spostando la sede sociale e fiscale da Torino a Olanda e Regno Unito. Tutto regolare disse il governo d’allora. Salvo scoprire, 5 anni dopo, che avevano fatto i furbi con i conti. Sottostimato di ben 5,1 miliardi l’acquisizione di Chrysler Per l’Agenzia delle entrate contest a Fca di aver sottostimato di ben 5,1 miliardi l’acquisizione di Chrysler, e 1,3 miliardi di tasse evase, denuncia l’Agenzia delle Entrate. Febbraio (giusto pre Covid) l’accordo raggiunto a metà, 730 milioni.
«Il trasferimento della sede fiscale a Londra ha favorito soprattutto la famiglia Agnelli e i suoi manager. La differenza principale con il sistema italiano sta infatti nell’irrisoria aliquota applicata alla distribuzione dei dividendi».
Sanità pubblica che nel caso del Piemonte ha mostrato tutte le sue pecche, sebbene gli Agnelli e la Juventus si siano premurati di aiutarla con «cospicua beneficenza esentasse».