
Parlando oggi di ‘rimpatrio’ la memoria corre al secondo dopoguerra, alle centinaia di migliaia di soldati italiani cha dalla fine del conflitto rientrarono in Italia dalla prigionia in Germania (se catturati dai tedeschi l’Otto Settembre) o dall’India, dall’Africa, dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra (se catturati dagli Alleati durante la guerra). Con maggiore ritardo e altre vicissitudini altri ne ritornarono poi anche dall’Unione Sovietica. Nella memoria collettiva mancano però i ricordi di altri italiani, in questo caso non militari, che tornarono dall’Africa, da quelle che un tempo erano state le colonie e cioè dall’Etiopia, dalla Somalia, dall’Eritrea e dalla Libia. Il rimpatrio fu lento e durò anni, semplicemente perché non avvenne simultaneamente, ma a ondate successive: riguardò tuttavia nel suo complesso quasi un milione di italiani ed è molto strano che si tratti di una pagina di storia in parte dimenticata. La stragrande maggioranza di loro tornò via mare, imbarcata su navi passeggeri (che non erano però lussuosi transatlantici) o anche su navi ospedale: le ‘navi bianche’ nell’immaginario divennero le navi dei profughi.

L’impero, proclamato dal balcone di palazzo Venezia il 9 maggio 1935, crollò miseramente dopo pochi mesi di guerra: per i militari ci fu la prigionia, mentre per il resto degli italiani in Etiopia – se maschi adulti – ci fu il campo d’internamento. Una piccola parte di donne e bambini (furono compresi anche adolescenti), dopo lunghe trattative diplomatiche con gli inglesi, fu imbarcata su quattro navi e trasportata in Italia a partire dai primi mesi del 1942. Furono rimpatriate così poco meno di trentamila persone che dovettero affrontare un viaggio di circa due mesi: facendo rotta dal Corno d’Africa, e poiché non era stato consentito l’attraversamento del canale di Suez, per raggiungere il Mediterraneo dovettero effettuare il periplo del continente, navigando nell’oceano Atlantico dove per di più si combatteva la guerra. L’ultima nave approdò nel porto di Taranto nell’agosto 1943, ma i successivi eventi bellici non consentirono la prosecuzione della missione e altri rimasero prigionieri ancora per lunghi anni. L’esperienza dell’internamento e del viaggio pericoloso segnò profondamente questa prima ondata di rimpatriati e, dopo le accoglienze, cominciò una certa freddezza ufficiale – se non addirittura il sospetto – perché si capì che rappresentavano materialmente la fine dell’impero, del regime e la sconfitta.

Con la fine delle ostilità proseguirono i rientri a partire dal 1946. La situazione politica nel frattempo era cambiata, ma non il sospetto nei confronti dei rimpatriati: se in precedenza si era temuto che fossero stati manipolati dagli inglesi, questa volta furono tacciati invece di essere nostalgici, sebbene non fossero responsabili della guerra, né di altre scelte del regime. E cominciarono a sbarcare soprattutto a Napoli, dove sembra che qualcuno avesse impartito la disposizione di farlo di notte, lontano da sguardi indiscreti e senza clamore. Non mancò l’accusa velenosa che si fossero enormemente arricchiti in Africa, ma in realtà molti di loro finirono per andare a riempire i registri degli enti assistenziali e per parecchi anni, quelli che non avevano trovato parenti ad accoglierli, rimasero a vivere a piccoli nuclei nei campi profughi sparsi in tutta Italia. Si comprende bene perché moltissimi alla fine si rimbarcarono nuovamente per emigrare negli Stati Uniti o in Sudamerica. E non si tratta di quadro volutamente esagerato, perché centinaia di storie di queste difficoltà sono state ricostruite attraverso gli archivi dell’assistenza pubblica o della Croce Rossa.

Un capitolo a parte di questo grande esodo poco noto perché invisibile, spezzettato in tante vicende individuali, è costituto dalla storia dei bambini provenienti dalla Libia prima dello scoppio della guerra. L’intento era abbastanza propagandistico: esibire la potenza coloniale italiana e far conoscere ai figli dei coloni la terra ‘natia’ accogliendoli nelle colonie estive del regime. Più di dodicimila bambini dai cinque ai dodici anni furono così imbarcati, portati in Italia ed accolti festosamente. Lo scoppio delle ostilità ne rese però impossibile il ritorno nelle famiglie da cui erano partiti. Mentre Rommel e Montgomery si rincorrevano nel deserto, essi rimasero in grandi istituti in attesa dell’immancabile vittoria fino al 1943, ma la caduta del regime fascista e la sconfitta trasformarono in peggio le loro condizioni di vita e le colonie stesse divennero in breve simili a luoghi di internamento. La guerra devastò la Libia e molti genitori persero anche la vita, ma un vero e proprio ritorno alle famiglie non avvenne, perché nel frattempo molte avevano dovuto forzatamente abbandonare la ex colonia e per molti la ‘breve vacanza’ fini solo nel 1946. Da bambini erano ormai diventati uomini o donne.