Paul Hudson, amministratore delegato della multinazionale farmaceutica Sanofi, ha dichiarato che le prime dosi di un eventuale vaccino contro il Covid-19 prodotto dalla Sanofi saranno riservate al mercato statunitense. La priorità dipende dai finanziamenti ricevuti dal governo Usa per le ricerche sul vaccino. Amministratore americano a caccia di soldi e ricatto Usa stile Trump, che con l’Europa di fatto ha rotto da tempo. La dichiarazione ha scatenato allarme e proteste, soprattutto a Parigi dove la Sanofi ha il suo quartier generale (ma qualche problemino analogo lo abbiamo anche noi, vedrete come).
«Il vaccino sia un bene comune globale, sottratto alle leggi del mercato», dichiara un indignato Macron.
L’obiettivo della multinazionale farmaceutica è l’allentamento dei vincoli a tutela delle persone coinvolte nella sperimentazione del vaccino in via di elaborazione (qualche morto in più per fare prima) e soldi pubblici a pagare in futuri enormi guadagni privati. «Lo sviluppo di un vaccino richiede in media dieci anni, perché prima di essere distribuito alla popolazione un vaccino deve superare test di efficacia e sicurezza stringenti, che possono durare molti anni. La posta in gioco è altissima: non appena un vaccino dimostrerà un’efficacia anche limitata scatterà la corsa all’accaparramento da parte dei governi», avverte Capocci.
2009 il Tamiflu, un farmaco contro l’influenza suina ordinato in milioni di dosi anche in Italia nel timore della pandemia. «Dopo l’emergenza, però, ricerche indipendenti rivelarono la scarsa efficacia del farmaco e l’enorme spreco di denaro pubblico a favore della produttrice Roche». Per la ricerca su Covid-19, l’Unione Europea ha appena raccolto 7,4 miliardi di euro da donatori istituzionali e privati per un vaccino, di cui beneficeranno principalmente le aziende farmaceutiche. Inoltre l’azienda riceve già ingenti finanziamenti pubblici. «Lo stato francese versa ogni anno a Sanofi un credito di imposta compreso tra i 110 e i 130 milioni di euro», ha spiegato Thierry Bodin, rappresentante dei dipendenti della società francese del sindacato Cgt.
«Il 9 dicembre 2019, mentre a Wuhan apparivano le prime polmoniti sospette, Sanofi siglava un accordo con l’Autorità statunitense per la ricerca e lo sviluppo biomedico (Barda): in cambio di 226 milioni di dollari, Sanofi avrebbe potenziato la produzione di vaccini nell’impianto di Swiftwater, Pennsylvania. L’accordo intendeva rafforzare la capacità di risposta degli Stati uniti a un’eventuale pandemia influenzale e quelle risorse sono state ora convogliate contro il Covid-19, con una nuova intesa firmata il 18 febbraio tra Barda e Sanofi». Distribuzione prioritaria del futuro vaccini a favore del mercato statunitense non è comunque un’eccezione. Un caso analogo riguarda proprio l’Italia.
Negli stabilimenti Irbm di Pomezia, infatti, si produce il vaccino sperimentale anti-Covid sviluppato in collaborazione con l’università di Oxford. Il 24 marzo, il Miur e la regione Lazio hanno regalato otto milioni di euro per sostenere la ricerca. Ma alla fine di aprile l’università di Oxford si è accordata con la società farmaceutica AstraZeneca che lo distribuirà. E l’amministratore delegato Pascal Soriot ha dichiarato alla rivista Fortune: «La priorità sarà rifornire il mercato inglese», al resto mondo ci si penserà dopo». E anche il vaccino prodotto a Pomezia come quello cercato in Francia dalla Sopnofi, «potrebbe dunque volarsene altrove, portandosi via anche i finanziamenti pubblici italiani».
Quello studiato nei laboratori della Sanofi è solo uno dei 90 vaccini in sperimentazione nel mondo. Ma Sanofi è l’azienda leader al mondo nel settore. Per il vaccino contro il Covid-19 collaborerà con la Gsk, la seconda azienda del settore: insieme, Gsk e Sanofi controllano quasi il 60% del mercato dei vaccini.
Monopoli scientifico economici che tendono in mano la vita di milioni di persone. Questione su cui riflettere
«La solidarietà e lo stretto coordinamento sono i modi più efficaci e sicuri per rispondere alla Covid-19», dichiarano dall’Unione europea. «Il vaccino contro la Covid-19 deve essere un bene pubblico globale e l’accesso deve essere equo e universale», sottolinea Avvenire.