Al Shabaab, la Gioventù, nome azzeccato della rivolta assoluta in un Paese dove è da sempre difficile riuscire a diventare vecchi. Al Shaabab è l’organizzazione armata jihadista nata nel 2006 da una costola dell’Unione delle Corti islamiche, che all’epoca controllava il paese, nota per le stragi e gli attacchi suicidi più che per i rapimenti. Poi affiliata ad al Qaeda, con quel frattura interna verso l’ex Isis. «Le cifre più prudenti parlano di oltre 4 mila morti provocati negli ultimi dieci anni solo tra la popolazione civile, ma sono stime variabili che non tengono conto delle vittime collaterali provocate, in particolare, dagli attacchi di droni statunitensi», scrive Boccitto.
Africom, il comando Usa per l’Africa ha ottenuto da Trump l’ok per intensificare gli attacchi contro le postazioni degli al Shabaab, scacciati da Mogadiscio nel 2011 e dall’importante città-porto di Kisimayo l’anno seguente. Nel 2014 è stato eliminato il capo dell’organizzazione, Ahmed Abdi Godane, poi sostituito da Ahmed Umar. «Dopo ogni raid, secondo una schema consolidato, un attentato». Stragi inimmaginabili. Come quello che nell’ottobre del 2017 nel cuore di Mogadiscio, che ha provocato 500 morti. O l’attacco alla base Usa di Baledogle, come lo scorso settembre, nelle stesse ore in cui a Mogadiscio una bomba esplodeva al passaggio di un convoglio militare italiani.
Al Shabaab ma non solo, spesso scusa utile per tutte le circostanze». L’abbattimento nei cieli della Somalia di un volo umanitario diretto a Bardale da parte dell’esercito etiope, un errore ammesso da Addis Abeba, che aveva scambiato il velivolo per un aereo kamikaze di al Shabaab. Conflitto storico della Somalia con l’Etiopia, e la follia dell’Unione Africana che porta in ‘missione di pace’ anche militari etiopici, fra crescere lo spazio di sostegno e proselitismo per Al Sahaabab.
«I rapimenti solo recentemente sono entrati nel repertorio del gruppo. grazie all’indotto di affiliati che nelle zone costiere del Kenya avrebbe sequestrato nell’ultimo anno una decina di persone, tra cui due medici cubani che lavoravano nella contea di Mandera».
