
La fine della Seconda Guerra mondiale nel maggio 1945, oltre a fare cessare la devastazione dell’Europa, ha prodotto anche alcune immagini diventate storiche in tutti i sensi: indubbiamente la prima e più famosa è ‘la bandiera della vittoria’ issata dal soldato sovietico sulle rovine del Reichstag, ma intorno al negativo della foto fu combattuta, fino agli ultimi ritocchi, anche una battaglia propagandistica. La versione ufficiale racconta che il tenente Yevgeny Khaldei, giornalista militare dell’Armata Rossa, colse in uno scatto il soldato Alexei Kovalyov arrampicato sul cornicione nell’atto di far sventolare la bandiera dell’URSS. Nella sostanza è verissimo, anche se sorge spontanea la prima perplessità su quanto fosse stato fortunato il tenente-giornalista a trovarsi nel posto giusto, nel momento giusto e soprattutto in una posizione più elevata del soggetto ritratto che appare così in una prospettiva fotografica perfetta. In realtà, sapendo oggi praticamente tutto sugli ultimi combattimenti a Berlino, è noto che già il 30 aprile una pattuglia sovietica aveva occupato le rovine del palazzo facendovi sventolare sopra una bandiera, ma che poco dopo era stata ricacciata da un gruppo di SS. Fino al 2 maggio le rovine erano quindi rimaste nella terra di nessuno, fino a quando cioè si scelse di ricreare l’episodio già avvenuto il 30 aprile. Il fumo sullo sfondo, che doveva sembrare originato da furiosi ‘combattimenti in corso’, fu infatti aggiunto dopo.
A parte l’ingenua messa in scena fotografica, la battaglia di Berlino era stata realmente un autentico massacro senza precedenti. Stalin, ossessionato dalla paura che Hitler in qualche modo potesse sfuggire, aveva impartito personalmente ordini perentori e i due più alti comandanti russi sul campo obbedivano quindi direttamente a lui. Hitler invece aveva trasformato la disperata difesa di Berlino in vero e proprio Armageddon non solo contro i russi, ma contro gli stessi tedeschi: squadre di SS o membri del partito nazista percorrevano le strade a caccia di ‘disertori’, codardi o traditori e fino a poche ore prima del ‘cessate il fuoco’ c’erano state impiccagioni ai lampioni o altre esecuzioni sommarie. Il destino della città era comunque segnato da almeno due settimane: a metà aprile infatti erano cadute le ultime difese a oriente e più di un milione di russi si era riversato su una città difesa da poco meno di centomila soldati. Il 20 aprile era cominciato un intenso bombardamento dell’artiglieria russa che sarebbe durato fino al 2 maggio e nel corso del quale la quantità dell’esplosivo impiegata pare abbia superato quella lanciata sulla città nel corso di mesi di bombardamenti aerei alleati. La popolazione civile, che aveva subito le ultime barbarie naziste, stava per subire una seconda ondata di violenze sulle donne e saccheggi, ma alla fine, a far cessare gli orrori e ad alimentare la popolazione stremata, sarebbe intervenuto il generale russo Bezharin.

Accanto alla foto sovietica di Berlino, più o meno sullo stesso piano e in un contesto comunque legato alla Seconda Guerra mondiale e al 1945 in particolare, ci sono almeno altre due immagini memorabili che rappresentano altrettanti momenti della storia del Novecento: la foto dei marines americani che innalzano la bandiera a Iwo Jima (23 febbraio 1945) e la foto del bacio in Times Square a New York (14 agosto 1945). La storia della prima foto, anch’essa manipolata e utilizzata massicciamente per la propaganda, presenta varie analogie con quella russa, a cominciare dal fatto che fu scattata ‘dopo’ il fatto reale al quale certamente si ispira, ma che non riproduce. Anche la foto di Iwo Jima ebbe poi una straordinaria diffusione ed un enorme valore propagandistico e, al contrario della foto russa, visse quasi una seconda vita, ispirando a sua volta un film di successo e altre pubblicazioni. Solo l’immagine di Times Square, accuratamente analizzata in seguito, sembra del tutto spontanea e non frutto di manipolazioni. Il bacio da mozzare il fiato nell’euforia suscitata dall’annuncio della fine della in Giappone in effetti ci fu, ma la protagonista (l’infermiera Greta Friedmann, scomparsa nel 2016 all’età di novantadue anni) raccontò in un’intervista che fu il marinaio a baciare lei, ma non il contrario.