Regi decreti anti ‘spagnola’ 100 anni prima quelli di Conte

Strage dell’influenza spagnola, 1918-19. Quarantena per i militari ma non tra la popolazione. Chiusura dei teatri e altri luoghi di intrattenimento o pubbliche riunioni e limitazioni agli spostamenti, ma non ovunque e in maniera uniforme. Attenzione nella diffusione involontaria di goccioline di saliva da colpi di tosse o starnuti (niente mascherine 100 anni fa). Lavare frequentemente le mani, tenere pulite bocca e cavità nasale e di evitare contatti con anziani.
Molto simili ai Decreti Conte, ma scienza e medicina molto diverse.

Più di mezzo milione di vittime

L’epidemia di influenza ‘spagnola’ si manifestò in Italia in due ondate successive: la prima, nella primavera del 1918, nel nostro paese passò relativamente inosservata, anche se interessò altri paesi europei alleati come Francia ed Inghilterra, Stati Uniti e parte dell’Estremo Oriente. Questa fase si diffuse soprattutto tra i militari al fronte e nelle provincie di Bari, Taranto, Modena, Piacenza, Verona, Pisa e nelle acciaierie di Terni. Dopo una relativa sottovalutazione fu la seconda ondata, tra la fine dell’estate e l’autunno del 1918, a destare maggiore preoccupazione, quando nel decorso della malattia di rilevarono complicanze inattese e spesso fatali, mentre i focolai si estesero su tutto il territorio nazionale da Nord a Sud. Il sintomo principale era in sostanza una polmonite acuta che provocava la morte per crisi respiratoria, ma un secolo fa anche una ‘normale’ polmonite – in mancanza di terapie adeguate – non era affatto da considerare con leggerezza e rappresentava una causa di morte molto frequente. Le ricerche condotte recentemente sulla ‘spagnola’ sono state numerose e hanno portato a diverse conclusioni, anche se è abbastanza ragionevole immaginare che il numero totale delle vittime in Italia abbia superato il mezzo milione, una cifra enorme se si pensa che i caduti in più di tre anni di guerra furono seicentotrentamila.

Trincee e malati e feriti austriaci

I primi provvedimenti

Più complesso il discorso sui provvedimenti adottati, soprattutto perché di fatto coesistevano due diverse giurisdizioni, ovvero una militare al fronte e nelle retrovie (del resto la guerra era ancora in corso) e una civile che a sua volta in diversi settori di competenza era comunque sottoposta alle autorità militari, come ad esempio il rifornimento di generi alimentari. Negli accampamenti, nelle caserme e negli ospedali militari fu possibile applicare restrizioni ai movimenti e una rigida quarantena, ma non tra la popolazione. Esistevano inoltre norme che impedivano l’accesso dei civili alle zone di guerra sin dal 1915, ma non bisogna dimenticare che decine di migliaia di profughi provenienti dalle stesse zone di guerra si trovavano già all’interno del paese e che il loro numero era aumentato notevolmente dopo Caporetto. La sistemazione di questi ultimi fu piuttosto lenta e rappresentò un ulteriore fattore di spostamenti della popolazione, spesso in condizioni igieniche tutt’altro che ottimali. Chiusura dei teatri, di altri luoghi di intrattenimento o pubbliche riunioni e limitazioni agli spostamenti furono insomma adottate in alcuni luoghi, ma non ovunque in maniera uniforme. Il ministero dell’Interno infatti demandò l’attuazione di queste misure a prefetti, sindaci, ufficiali sanitari, medici provinciali, uffici d’igiene o consigli di sanità che localmente – in  parte per i motivi accennati – si comportarono però in maniera diversa l’uno dall’altro.

Croce rossa 1917, ospedale da campo

Altri interventi

La convinzione generale delle autorità sanitarie dell’epoca era quella che ci si trovasse di fronte ad una forma di infezione diversa dalle altre malattie conosciute ed era molto difficile, se non impossibile, «sterilizzare la sorgente», come era stato fatto nei casi di altre epidemie come il tifo o il colera. Era stato notato ad esempio che l’epidemia si diffondeva nelle città più densamente popolate e dove le case non erano adeguatamente pulite o che la frequentazione di luoghi pubblici affollati da parte di persone che non curavano l’igiene era fonte di contagio. Gli sforzi si orientarono allora verso una corretta prevenzione: le città dovevano essere spazzate con frequenza e altri luoghi di incontro come i teatri, i cinematografi o le linee tranviarie dovevano diventare oggetto di speciali norme igieniche. Inoltre, sebbene si trattasse di una pratica incivile ed anti igienica già bandita e condannata, fu ribadito il precetto di non sputare per terra e di osservare la massima attenzione nella diffusione involontaria di goccioline di saliva derivanti da colpi di tosse o starnuti. Contemporaneamente fu raccomandato anche di lavare frequentemente le mani, tenere pulite bocca e cavità nasale e di evitare contatti con anziani. Tali precetti, di natura essenzialmente pratica e forse in sé non decisivi nella lotta all’epidemia – ma in grado comunque di limitare i contagi –, furono estesi anche all’esercito dopo un accordo tra sanità militare e sanità pubblica.

Tags: Punzo
Condividi:
Altri Articoli