• 26 Febbraio 2020

Brasile, la fine del miliziano che sapeva troppo sul clan Bolsonaro – Lula dal Papa

Il killer che sapeva tutto sull’omicidio di Marielle Franco

L’ex ufficiale di polizia militare Adriano Magalhães da Nóbrega, molto vicino a Bolsonaro (nella foto di copertina i due accanto), era un testimone chiave sull’assassinio dell’attivista per i diritti umani e consigliera comunale di Rio Marielle Franco e del suo autista. Alla fine lo hanno trovato. Ma invece di arrestarlo lo hanno ucciso. Latitante da metà del 2019 perché ricercato per estorsioni e omicidi, Adriano Magalhães da Nóbrega, 34 anni, detto Capitán Adriano o anche Orso polare per le sue dimensioni, ex ufficiale del battaglione della Bope, gruppo di intervento speciale della polizia militare nella favela Baixada Fluminense, è morto durante un conflitto a fuoco nelle campagne attorno a Bahia.

Legittimo sospetto, anzi, di più

Sospetto diffuso in Brasile che l’uccisione di Adriano Nóbrega, il comandante di una delle più violente milizie di Rio, ‘Escritório’ do Crime da parte della polizia, sia un grande regalo per il clan Bolsonaro. «Nessun dubbio invece che il miliziano, accusato di essere coinvolto nell’assassinio di Marielle Franco e del suo autista (omicidio politico di una esponente di sinistra https://www.remocontro.it/2018/03/16/marielle-assassinata-sul-brasile-le-ombre-nere-della-dittatura-militare/ ), fosse diventato una figura estremamente ingombrante per il primogenito del presidente, Flávio», denuncia Claudia Fanti. L’onorevole solo di nome Flavio Bolsonaro (tutti in politica da padre in figli), il quale parlamentare, oltre a concedere ad Adriano Nóbrega la ‘Medaglia Tiradentes’, il massimo riconoscimento dell’Assemblea legislativa di Rio de Janeiro, aveva assunto nel suo gabinetto di deputato statale nientedimeno che sua madre e la sua ex moglie.

Il bandito fatto ‘Cavaliere’

Molti i punti oscuri nella vicenda, scrive il Manifesto. «Benché Nóbrega, ex membro della polizia militare (e questo già spiega molto), latitante da oltre un anno, non figurasse – sorpresa – nella lista dei criminali più ricercati diffusa il 30 gennaio, proprio da quel momento era partita contro di lui una caccia implacabile, conclusasi il 9 febbraio a Esplanada, a Bahia, con la sua morte durante una sparatoria». 8-10 poliziotti che non siano riusciti a catturarlo vivo, solo, in una casa in aperta campagna dove viene trovato un solo proiettile. La casa dell’esecuzione è di proprietà di un consigliere dello stesso partito in cui Jair Bolsonaro è stato eletto nel 2018. Un latitante in casa, ma a sua insaputa. Sapeva invece bene del suo destino segnato lo stesso Nóbrega che al suo avvocato aveva preannunciato, «Nessuno verrà  solo per catturarmi». Testimone scomodo, uno che sapeva troppo.

Il papa benedice Lula per «un mondo più giusto»

Vaticano. Un’ora di colloquio privato dell’ex presidente ed ex carcerato Lula con Papa Bergoglio ieri in Vaticano. Un incontro che ha avuto come tema, ha scritto l’ex presidente, quello di «un mondo più giusto e fraterno». Trattandosi di una visita di carattere privato, nessun comunicato ufficiale dalla Santa Sede, ma, già il giorno prima, Lula aveva annunciato che avrebbe ringraziato il papa non solo per la solidarietà dimostrata nei suoi confronti «in un momento difficile», ma «soprattutto per la sua dedizione alle persone oppresse», esprimendo l’intenzione di discutere con lui «dell’esperienza brasiliana nella lotta alla povertà».

Papa pro Amazzonia non amato da Bolsonaro

La visita di Lula, ex detenuto per corruzione e sentenza ancora pendente, era stata mediata dal presidente argentino Alberto Fernández, ma la solidarietà nei confronti dell’ex presidente papa Francesco l’aveva espressa a più riprese, in particolare quando, in risposta a una sua lettera dal carcere di Curitiba, gli aveva fatto coraggio, affermando, in occasione della celebrazione pasquale, che «il bene vincerà il male, la verità vincerà la menzogna e la salvezza vincerà la condanna». In Brasile l’impeachment contro la presidente Dilma Rousseff, e la condanna senza prove di Lula, il suo arresto e la sua ineleggibilità a favorire l’impresentabile Bolsonaro.

Il Papa e la ‘giustizia per le spicce’

Papa Francesco già nel maggio del 2018 era stato chiaro: «I media – aveva affermato durante un’omelia – incominciano a sparlare della gente, dei dirigenti e, con la calunnia, la diffamazione, li sporcano. Poi entra la giustizia, li condanna e, alla fine, si fa il colpo di stato». E aveva ribadito il concetto anche nel giugno del 2019, durante il Vertice dei giudici panamericani, spiegando che «il lawfare, oltre a mettere in grave pericolo la democrazia dei paesi, viene utilizzato per minare i processi politici emergenti e favorire la violazione sistematica dei diritti sociali».

Querida Amazonia

Tra i due, si è parlato certamente anche dell’Amazzonia, occasione del quasi scontro Bolsonaro Vaticano. L’esortazione post-sinodale Querida Amazonia, dove il papa parla di «ingiustizia e crimine»  a proposito del «via libera» da parte delle autorità «alle industrie del legname, a progetti minerari o petroliferi e ad altre attività che devastano le foreste e inquinano l’ambiente». «E ciò a prescindere dal fatto che neppure i governi di Lula e di Dilma siano stati estranei a tali politiche», ricorda giustamente Claudia Fanti.

Lula perdente Bolsonaro vincente

«Dopo l’euforia della sua scarcerazione, accompagnata da forti aspettative sul suo rientro sulla scena politica, l’ex presidente non è finora riuscito a fare in alcun modo la differenza», col consenso di Bolsonaro , che dopo essere precipitato sotto il 30 per cento, lì attorno ristagna. «Dall’uscita dal carcere di Curitiba, Lula è stato presente molto più sulle reti sociali che nelle piazze, più concentrato sulla definizione dei possibili candidati del Pt per le elezioni municipali del prossimo autunno che su una strategia di fronte all’autoritarismo dilagante nel paese». Problemi per partito dei Trabalhadores, poco attivo come forza di opposizione. «Cosicché non meraviglia più di tanto che, se le elezioni ci fossero oggi, il 29,1% rivoterebbe per Bolsonaro e solo il 17% per l’ex presidente».

AVEVAMO DETTO

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