• 26 Febbraio 2020

Le ‘paci indecenti’ nella storia molto prima di Trump

Q. Pompeius consul pugna superatus est a numantinis, civibus opulentissimae urbis hispaniae, et cum hoste pacem ignobilem fecit.
Il console Q. Pompeo fu vinto in battaglia dai Numantini, cittadini di una ricchissima città della Spagna, e concluse col nemico una pace ingloriosa.

Il trattato di Versailles

Nel 1919, per la prima volta nella sua storia, il senato degli Stati Uniti rifiutò l’approvazione di un trattato di pace: con una maggioranza ben lontana dai due terzi richiesti (55 a 39) fu respinto il trattato di Versailles. Come è noto, alla fine della Prima Guerra mondiale, il presidente Woodrow Wilson a Parigi aveva negoziato personalmente gli accordi di pace in Europa, anche nella speranza di dar vita ad un organismo internazionale (la Società delle Nazioni) per garantire la sicurezza collettiva e maggiore stabilità: nel luglio 1919 però il trattato non fu approvato. Il repubblicano Henry Cabot Lodge condusse una sorta di battaglia personale conto il presidente Wilson e il risultato fu che gli Usa non aderirono nemmeno alla Società delle Nazioni: Lodge infatti propose delle ‘riserve’ nell’approvazione del trattato, ma per evitarle i democratici – invece favorevoli in linea di massima all’accordo di pace – votarono contro. Un’ulteriore complicazione si ebbe quando un gruppo di democratici nel novembre del 1919 si unì al gruppo dei ‘contrari’ in assoluto e la situazione si bloccò. Di fatto solo nel 1921 fu approvata una risoluzione che formalmente metteva fine alle ostilità tra gli Stati Uniti da una parte e Germania ed Austria dall’altra. Le conseguenze di questo atteggiamento isolazionista sono note a tutti e meno vent’anni dopo l’Europa era di nuovo in guerra.

Il presidente Usa Woodrow Wilson

Vietnam e ‘verge on insanity’

Durante la guerra del Vietnam accanto a sanguinosi combattimenti o bombardamenti delle città del nord si svolsero in parallelo complesse trattative diplomatiche, a volte non meno insidiose della guerra stessa. Prima che fossero firmati gli accordi di pace di Parigi (27 gennaio 1973), i colpi di scena diplomatici si susseguirono a ritmo incalzante, ma nel frattempo continuarono anche le ostilità con i loro ‘effetti collaterali’. Una delle tante vicende accadute nel corso delle trattative (e ricordata spesso) avvenne nell’ottobre 1972, quando ormai sembrava che la delicata rete di compromessi intessuta da Henry Kissinger stesse per avere infine successo: Kissinger infatti da mesi si recava frequentemente a Saigon per colloqui riservatissimi con il presidente sud vietnamita Thieu e al ritorno a Parigi per incontrare la delegazione nord vietnamita. Kissinger aveva predisposto una proposta che in qualche modo avrebbe riconosciuto il ruolo del movimento di liberazione (i vietcong) nel futuro dopoguerra: Thieu però si infuriò all’improvviso e accusò Stati Uniti ed Unione Sovietica di cospirare contro il Vietnam del Sud. A Kissinger non restò che tornare precipitosamente non senza inviare prima a Nixon un cablogramma in cui definiva il comportamento di Thieu ‘verge on insanity’ (‘al limite della follia’). Una espressione utile da rinnovare oggi per altri protagonisti politici.

«Rinunciare ad essere uno Stato»

Benché possa sembrare paradossale a volte anche gli ultimatum, ovvero la dura richiesta che precede la dichiarazione di guerra, assomigliano all’opposto a proposte di pace. Dopo l’attentato di Sarajevo il 28 giugno 1914 l’Austria-Ungheria ne inviò appunto uno alla Serbia non solo dal tono particolarmente duro, ma anche con richieste improponibili, impossibili: non solo si voleva imporre lo scioglimento di organizzazioni politiche serbe, ma si esigeva l’autorizzazione per gli investigatori austriaci a svolgere liberamente le loro indagini in Serbia senza particolari limitazioni. La durezza delle condizioni era stata voluta per provocare il rifiuto serbo e poter dichiarare la guerra: uno stato che le avesse accettate avrebbe così «rinunciato ad essere uno Stato». Non si tenne conto però del fatto che il tono arrogante dell’ultimatum risvegliò invece l’orgoglio nazionale e un piccolo paese si difese strenuamente contro un impero immenso e strapotente, arrivando, alla fine della guerra divenuta mondiale, a vederlo crollare nella fine degli imperi dinastici d’inizio Novecento, salvo quello britannico.

Giovanni Punzo

Giovanni Punzo

Giovanni Punzo di mestiere dovrebbe aggiustare ciò che scrivono gli altri -fa l'editor- ma ha preso il vizio. Scrive di storia militare, altro 'contagio' per aver fatto l'ufficiale degli alpini. Da lui le guerre 'dei nonni' all'origine di quelle di oggi.

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