• 28 Febbraio 2020

Medio Oriente, la controffensiva doppiamente elettorale di Trump

La diplomazia elettorale

Un colpo al cerchio e uno alla botte. Trump, sempre più in ansia per le prime avvisaglie dei sondaggi che riguardano le prossime Presidenziali, si aggrappa a tutto quello che è possibile per riuscire a rincorrere i decimali. Parliamo di decimali perché anche poche centinaia di voti in più o in meno possono determinare la vittoria per il secondo mandato negli “swing Stases”,  cioè quegli Stati che  sono in bilico tra Democratici e Repubblicani. Ricordiamo infatti ai nostri lettori che per aggiudicarsi tutti i delegati di uno stato basta anche un solo voto di differenza. E visto che, a quanto pare, quest’anno peserà in maniera decisiva anche il ruolo della politica estera della Casa Bianca, gli “strategist” di Trump hanno pensato bene di inventarsi un colpo al mese.

Trump mago o illusionista?

Così , tanto per tenersi in caldo l’elettorato degli indecisi. Questa volta dal cilindro dell’inquilino dello Studio Ovale, come tanti conigli, sono uscite fuori le prime indiscrezioni su un piano di pace complessivo relativo al secolare conflitto tra israeliani e palestinesi. Nulla di clamoroso, per carità, ma limature sufficienti per cercare di guadagnare consensi non solo in Medio Oriente, ma anche negli Sati Uniti, dove le prossime elezioni si annunciano come una lotta all’ultimo voto condotta all’arma bianca. Il nuovo piano di pace sulla Palestina, che secondo i consiglieri di Trump dovrebbe convincere tutti gli indecisi e gli scontenti, rispolvera il vecchio concetto della pace in due stati.

Una Gerusalemme inventata

In primis, il riconoscimento di Gerusalemme Est e Ovest come rispettive capitali di Israele e della Palestina (la parte palestinese oltre la vera Gerusalemme ed è già polemica feroce). E poi la creazione di un certo settore da inglobare nella costituenda area del nuovo Stato palestinese in Cisgiordania. Naturalmente, non mancano paletti e osservazioni di tutte le forme. A nostro giudizio, il piano di Trump, ripropone una delle vecchie idee concepite all’epoca della “Road Map” che doveva essere supervisionata e coordinata dall’ex Premier inglese, il laburista Tony Blaire. La materia più grossa del contendere, riguarda la Valle del Giordano e il suo bene più prezioso: l’acqua.

Il bene assoluto dell’acqua

In molti sono convinti che la spartizione della Cisgiordania debba rispondere solo ed esclusivamente a caratteri logistico-militari. Insomma, un’esercitazione di strategia, che garantisca le opposte linee di confine. Soprattutto, senza dover spiegare i motivi, Trump si preoccupa in primo luogo di garantire l’impermeabilità del confine israeliano. Per fare questo il suo piano prevede alcune tortuose correzioni della border-line, in modo da garantire una più facile difesa del territorio assegnato alla sovranità  dello Stato ebraico. Ma, si diceva sopra, che la vera materia del contendere è il bene più prezioso della regione. Quello che serve non solo a dissetare i cittadini israeliani e palestinesi, ma anche ad alimentare l’irrigazione delle terre messe a coltura.

Dalle primi insediamenti ebraici

La Valle del Giordano pesca il suo prezioso liquido dalle falde acquifere del Monte Hermon, il vero serbatoio della regione. Senza l’acqua che arriva dal triangolo d’oro del Libano, come potremmo definire la catena montuosa che culmina nel Monte Hermon? La regione sarebbe in ginocchio. E le coltivazioni più sofisticate, specie quelle israeliane, comprese centinaia e migliaia di tonnellate di primizie, sarebbero impossibili. Così come sarebbe difficile dare vita alle decine di kibbutz che, alimentati dall’acqua del Giordano, consentono all’economia israeliana di prosperare e di guadagnare grande valore aggiunto nel settore delle proprie esportazioni agroalimentari.

Le comunità agricole palestinesi

D’altro canto, l’acqua costituisce la risorsa principale delle comunità palestinesi che, in tutta la Cisgiordania, vivono di agricoltura estensiva e di allevamento. La stessa orografia dei suoli e la morfologia collinare, portano una divisione altimetrica che è molto significativa: i villaggio, meglio, le enclave israeliane dei coloni nei territori arabi occupati, si trovano mediamente a un’altezza superiore agli insediamenti palestinesi, che quasi sempre insistono sul fondo valle. Ecco perché il controllo delle acque che arrivano dal Giordano costituisce motivo di vita o di morte per i coloni di Netanyahu, che per “catturare” l’acqua devono imbrigliare la  rete idrica che scorre in basso creando i bacini imbriferi della Cisgiordania, abitati dai palestinesi.

‘Pace del secolo’ bluff senza palestinesi

E proprio al di là delle ragioni squisitamente strategiche, di controllo del territorio, al possibile fallimento del piano di pace di Trump concorre in maniera decisiva il problema dello sfruttamento idrico dell’antico fiume. Aggiornamenti d’agenzia: «Martedì 28 gennaio il premier israeliano Netanyahu alla Casa Bianca nel giorno in cui il parlamento israeliano vota sulla sua immunità. Assieme a lui l’ex capo dell’esercito e leader dell’opposizione Benny Gantz per discutere i particolari del piano. Non sono stati invitati rappresentanti dell’altra parte in conflitto, i palestinesi, che non hanno accettato in questi mesi di negoziare con l’amministrazione americana ritenuta troppo schierata a favore di Israele.

Contro il Piano Trump, martedì ‘Giornata della collera’

 © EPA

Forze palestinesi invocano mobilitazione, esercito in allerta

ANSA TEL AVIV – Una giornata di “collera popolare” è stata proclamata in Cisgiordania in occasione della pubblicazione del ‘Piano Trump’ per il Medio Oriente, prevista per martedì. Su iniziativa delle ‘Forze Nazionali ed islamiche’ la giornata dovrà vedere una forte mobilitazione contro quello che definiscono “l’Accordo della vergogna, che è respinto da tutti i palestinesi”. Intanto la radio militare israeliana ha annunciato che, nel timore di disordini, alcune unità dell’esercito sono state poste in stato di allerta.
   

Piero Orteca

Piero Orteca

Piero Orteca, giornalista, analista e studioso di politica estera, già visiting researcher dell’Università di Varsavia, borsista al St. Antony’s College di Oxford, ricercatore all’università di Maribor, Slovenia. Notista della Gazzetta del Sud responsabile di Osservatorio Internazionale

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