• 28 Febbraio 2020

Polonia sbeffeggia l’Ue sui giudici e litiga sull’olocausto

Nazional bigottismo alla Kaczyński

Indipendenza dei giudici e divisione dei poteri, eredità dall’illuminismo. Ma la Polonia di Jarosław Kaczyński è regredita di qualche secolo, pre rivoluzione francese. Il leader della formazione nazionali populista sostenuta da Radio Maryja e dal clero più retrivo, forse si immagina Luigi XIV, Re Sole, ma rischio di risultare Luigi XVI. Nonostante gli avvertimenti dell’Unione europea e le proteste delle toghe di mezza Europa, la camera bassa del Parlamento di Varsavia -ovviamente obbedendo a un ordine- ha dato il via libera alla nuova legge sul sistema della giustizia, fregandosene persino del voto del suo Senato che chiedeva di bloccare una legge assurda. «Magistrati sotto schiaffo del potere esecutivo, la bestemmia costituzionale, con i magistrati sanzionati con multe o, nei casi ritenuti più gravi, con il licenziamento, se criticano le nomine o le riforme fatte dal governo. Non solo. Alle toghe sarà vietato partecipare ad attività pubbliche che possano in qualche modo essere considerate politiche», precisa Federica Olivo sull’Huffington Post.

Revanscismo prepotente e Ue timida

La riforma è stata contestata dalla Commissione europea, dalla Commissione di Venezia e da associazioni internazionali degli magistrati. La presidente della Corte suprema polacca, Malgorzata Gersdorf, l’ha definita “legge museruola”. La Commissione Ue, all’indomani del voto della Camera bassa, ha fatto sapere di essere “molto preoccupata” per la situazione dello stato di diritto in Polonia. La commissaria Ue alla Trasparenza, Vera Jourova, fa la voce grossa, «Analizzeremo il testo finale della legge per verificarne la compatibilità con le norme Ue, e non esiteremo a prendere le appropriate misure se necessario”. In pochi e crederci, mente in Polonia accade di tutto. La Corte Suprema ha definito illegittime le nomine di alcuni giudici del Consiglio nazionale della magistratura, designati direttamente  dall’esecutivo. Il ministro definisce la sentenza della Corte nulla. «È un corto circuito che pare non avere soluzione. Nell’attesa che l’Ue si pronunci con più precisione, il governo sembra non avere intenzione di fare alcuna marcia indietro».

Olocausto, altra questione aperta

Giornata della memoria. Oggi a Varsavia la commemorazione al museo di stato di Auschwitz Birkenau, riferisce Matteo Tacconi sul Manifesto. Celebra Andrzej Duda, presidente polacco, il grande assente, giovedì scorso, allo Yad Vashem di Gerusalemme, per il settantacinquesimo anniversario della liberazione di Auschwitz. Duda invitato ma non in prima fila, hanno parlato Macron e Putin, e lui ha scelto di restare a Varsavia. Non solo permalosità ma politica.

«La Polonia vantava prima del 1939 la più grande comunità ebraica d’Europa. Subì l’invasione di Hitler e venne trasformata in una terra-lager. Vide scomparire quasi tutti i suoi cittadini di origine ebraica (tre milioni)».

Ma il dramma degli ebrei non doveva assumere rilevanza eccessiva nei confronti del dramma nazionale, dei morti polacchi non ebrei (anch’essi tre milioni), delle città distrutte. E non solo lager nazisti, riscopre la storia Duda e il governo populista al potere dal 2015. L’Urss e il Terzo Reich, dicono, furono la stessa cosa.

«E su questo hanno ingaggiato un durissimo scontro con Vladimir Putin, che da parte sua sostiene che anche la Polonia non fece nulla per opporsi a Hitler nel ’38 a Monaco. Fu quello, per il presidente russo, il vero motivo scatenante della Seconda guerra mondiale».

Ebraismo polacco e l’antisemitismo

«Il fatto che Putin abbia parlato allo Yad Vashem è stato vissuto molto male da Duda». Ma la spiegazione di Matteo Tacconi tocca nervi scoperti. «Il governo di Varsavia sta usando il Novecento come fonte di consenso. La sofferenza del popolo polacco, vilipeso da nazisti e comunisti, è al centro del discorso. E lo è anche l’idea che la Polonia sia una nazione pura, che resistette eroicamente al nazismo negli anni della guerra (e al comunismo in quelli successivi), senza registrare episodi di collaborazionismo e senza macchiarsi di responsabilità nell’Olocausto» Il problema che il collaborazionismo polacco c’è stato fuori e dentro i campi di concentramento. Pagine nere della storia polacca, come il pogrom di Jedwabne del 1941, villaggio dove gli abitanti polacchi uccisero i loro vicini di casa ebrei. «E Vicini è il titolo del libro che lo storico polacco-americano Jan Gross ha scritto su quel crimine. Per i populisti al potere, Gross è un mistificatore. Per altri, al contrario, è un uomo coraggioso che vuole svelare dolorose verità.

La storia è materia sensibile, che divide: in Polonia, forse, più che altrove.

Remocontro

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