• 26 Febbraio 2020

L’Iraq che brucia oltre il fumo: via i ladri e i diversi amici (Iran o Usa)

Documentare ciò che i poteri vorrebbero nascondere

Un giornalista filma tra i copertoni in fiamme, bruciati dai manifestanti anti-governativi durante una manifestazione nella città di Bassora, a sud dell’Iraq. Lo scatto firmato Getty è stato immortalato il 21 gennaio 2020, scrive l’Uffington Post. Le proteste stanno scuotendo il paese da ottobre e i manifestanti – 500 morti dopo, per lo più attivisti e manifestanti uccisi dalla repressione governativa e da non meglio precisati cecchini- hanno concesso al governo una settimana per soddisfare le loro richieste, altrimenti intensificheranno gli scontri.

Il Governo non risponde alla piazza

Ucciso in grande repressore di Teheran Soleimani con mano e bombe americane, ora i due ‘grandi’ (nel senso di grossi) nemici che si spartiscono pezzi di quello che resta del governo di Baghdad (maggioranza sciita filo Iran ma a sostegno americano che lì ha basi strategiche e quasi 5mila soldati), delegano la soluzione, a quello che resta del corrotto potere locale. Comunque repressione della protesta popolare, certo con minore abilità, ma con analoga ferocia. Ma la protesta dei ‘ragazzi di piazza Tahrir’ non si ferma e, anzi dilaga ormai nel Paese.

La protesta dilaga

Ci sono manifestazioni nei governatorati di al-Muthanna, Wasit, Diwaniyah, Bassora e Dhi Qar. I manifestanti hanno bloccato le strade in diverse città, prima tra tutte Baghdad, a chiedere un nuovo primo ministro (un governo ad interim), elezioni anticipate e un’indagine che facesse luce sull’uccisione di manifestanti. Secondo l’agenzia di stampa irachena, manifestanti hanno anche bloccato e installato tende sulla strada principale tra Baghdad e Nassiriya, un’altra delle grandi città del Paese.

Chiusa anche l’autostrada che collega al-Diwaniyah ad altre province e, secondo al-Arabiya, anche le strade principali nella città di Kut del governatorato di al-Wasit, che confina con l’Iran. A Najaf, i manifestanti hanno bruciato immagini del generale iraniano Qassem Soleimani e hanno strappato poster di Abu Mahdi al-Muhandis, l’ex leader delle forze di mobilitazione popolari irachene, Hashd al-Shaabi, il cartello delle milizie irachene per lo più sciite e controllate dall’Iran.

Governo che non governa ma uccide

Di fronte all’escalation della tensione in Iraq, il governo ha autorizzato le forze di sicurezza ad arrestare i manifestanti che blocchino strade e l’ingresso agli edifici governativi. Lo ha deciso il Consiglio di Sicurezza nazionale. Torna quindi l’Esercito a fronteggiare coi carri armati i civili. «Mandato di arrestare coloro che tagliano strade, bruciano pneumatici o chiudono dipartimenti governativi», annuncia il capo delle forze armate, il maggiore generale Abdul Karim Khalaf che prova a far la vittima: «feriti almeno 14 uomini delle forze di sicurezza negli scontri delle ultime ore». I morti tra i manifestanti non sono contabilizzati.

La denuncia delle Nazioni unite

Il rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Iraq, Jeanine Hennis-Plasschaert, ha definito “inaccettabile” l’uso della forza contro i manifestanti pacifici. «Negli ultimi mesi, centinaia di migliaia di iracheni di ogni estrazione sociale sono scesi in piazza per esprimere le loro speranze di tempi migliori, liberi da corruzione, interessi di parte e interferenze straniere. L’uccisione e le lesioni di manifestanti pacifici, combinati con lunghi anni di promesse non consegnate, hanno provocato una grave crisi di fiducia», ha detto Hennis-Plasschaert.

In Iraq sono presenti 5.200 militari statunitensi e alcune migliaia di militari della Coalizione anti-Isis (900 italiani) a cui Baghdad chiede ora di fare le valigie.

Baghdad li caccia ma gli americani minacciano e restano

L’Amministrazione Trump rinnova le minacce all’Iraq se Baghdad pretendesse davvero il ritiro delle truppe statunitensi.  Oltre  lo stop agli aiuti militari, ai pezzi di ricambio dei mezzi veduti alle forze irachene e richieste di risarcimento colossali per gli investimenti nelle basi Usa in Iraq, ora Washington minaccia di congelare i conti correnti aperti in banche americane, dove finiscono gli introiti dal petrolio, saranno bloccati. Lo rivela il Wall Street Journal e lo rilancia Analisi Difesa. Washington priverebbe Baghdad di miliardi di dollari depositati alla Federal Reserve Bank di New York. In tal caso Baghdad non sarebbe in grado di ritirare fondi, il che potrebbe portare alla paralisi dell’economia locale.

Remocontro

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