• 26 Febbraio 2020

La strage del panino e della mela, Genova 1945, Giordano Bruschi

14, 15, 16 gennaio 1945 a Genova, la ‘strage del panino e della mela’. Prelevati dal carcere con la promessa beffa di liberarli, 11 giovani partigiani genovesi vengono uccisi davanti alle loro case

Il micidiale inverno 1944-45

«Il 1945 inizia per i genovesi con un inverno rigido, contrassegnato dalla mancanza dei beni primari […] venti anni di dittatura fascista, quattro anni e mezzo di guerra e sedici mesi di occupazione nazista! […] una città sconvolta dai bombardamenti e ridotta in un insieme di macerie. […] oltre la scarsità dei viveri, la mancanza del gas, dell’acqua, della corrente elettrica e persino della legna da ardere. […] una cronica mancanza di medicinali».

«Inoltre il movimento della Resistenza stava vivendo un periodo duro a difficile, dovuto a numerosi arresti di partigiani, alla forte offensiva dei nazifascisti aiutati, spesso, dalle delazioni di spie e traditori […] le formazioni partigiane di montagna, oltre al rigido inverno, stavano affrontando vasti rastrellamenti che le preponderanti e ben armate forze naziste e fasciste avevano scatenato in tutte le vallate dell’arco appenninico ligure con l’intento di annientarle».

In questa situazione, con lo scopo di acuire il clima di tensione e di paura tra gli antifascisti e la popolazione, tra il 14, il 15 e il 16 gennaio 1945 i fascisti avevano organizzato in diversi quartieri della città (Marassi, San Fruttuoso, Sampierdarena e Sestri Ponente) una macabra messinscena ricordata come “L’eccidio fascista del panino e della mela”».

La crudeltà di un panino e una mela

Il primo eccidio ‘del panino e della mela’ avvenne il mattino del 14 gennaio a Marassi e a San Fruttuoso. 14 brigate nere prendono in consegna dal capo della squadra politica genovese Giusto Veneziani, 5 partigiani: Efisio Atzeni, Giuseppe Biscuola, Attilio Firpo, Glovannl Meloni e Antonio Tronfi, tutti arrestati due giorni prima e in attesa di essere processati. Con loro anche Piero Pinetti, vice comandante della Brigata Sap “Guglielmetti” e nove sappisti di Marassi.

A Marassi, in corso Sardegna il gruppo dei prigionieri fu diviso in due: «quattro fascisti accompagnarono Meloni e Atzeni fino al ponte di Terralba, dove scaricarono sui due partigiani alcune raffiche di mitra; mentre gli altri proseguirono per corso Galliera dove fu ucciso, vicino a casa sua, Attilio Firpo. Nell’incrocio tra corso Sardegna e corso De Stefanis i fascisti spararono su Antonio Tronfi, colpito alla testa,  mentre Giuseppe Biscuola fu ucciso subito dopo in via Bonifacio».

Nella tasca di ogni cadavere gli assassini, con macabro gusto, avevano infilato un panino e una mela.

L’eccidio fascista è poi proseguito a Sampierdarena, nelle prime ore del 15 gennaio, sotto l’archivolto ferroviario del Campasso, dove furono abbandonati i corpi dei partigiani Ernesto Jursè e Gluseppe Spataro, stesse modalità.

Marassi, San Fruttuoro e Sestri ponente

Come fecero le Brigate nere a Sestri Ponente nella prima mattina del 16 gennaio ai partigiani Rinaldo Bozzano, Giuseppe Canepa, Alfonsa Ferrari e Alessandro Maestri, operai dei cantieri navali o alla San Giorgio, giovani tra i 20 anni e poco oltre.

Prelevati dalla caserma delle Brigate nere di Sampierdarena, i partigiani furono portati a Sestri Ponente, in piazza Baracca, fatti scendere dal camion e lasciati liberi di andare via. Beffa ultima, con ognuno di loro che prendeva la strada verso casa. E fu l’inizio della caccia per distribuire il terrore tra le strade della delegazione operaia. Le brigate nere, dopo averli illusi, li uccisero tutti.

«I primi operai che andavano al lavoro, passando per piazza Baracca, scoprirono quattro corpi stesi a terra, con in tasca un panino ed una mela».

«L’impressione in città fu tale che i fascisti, inventarono la versione di “Scontri fra fuorilegge nelle vie della Città”. “Bande ribelli abbandonate dagli anglo-americani, costrette a scendere in città perché braccate sulle montagne con scarse possibilità di trovare nutrimento e riparo dal freddo”. “Il colpo alla nuca? Un classico sistema bolscevico”, scriveva il quotidiano genovese di allora.

Insomma “tutta questione di odi e di vendette personali, che hanno avuto conseguenze tragiche per alcuni passanti che si trovavano casualmente sul posto della traiettoria”».

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