• 26 Febbraio 2020

Scioperi in Francia, il problema di Macron? Monsieur Emmanuel M.

Macron nella trappola del suo rigore

Dopo quasi cinquanta giorni consecutivi di mobilitazione contro la riforma delle pensioni, appare sempre più evidente che il presidente francese, Emmanuel Macron, non sa come uscire dalla situazione nella quale si è cacciato. Quella che doveva essere la riforma faro di tutto il suo quinquennato si sta trasformando in un’imbarcazione traballante e piena di falle che lo porterà a fondo, negandogli ogni possibilità di rielezione nel 2022.
A nulla sono valse le promesse di un ritiro dei provvedimenti più controversi del progetto, su tutti, l’età pensionabile innalzata a 64 anni. I francesi sono per strada contro la riforma, con una partecipazione sconosciuta negli ultimi anni. Il vero problema del presidente Macron si chiama Emmanuel Macron.
Le modalità di ascesa al potere del giovane ex-ministro dell’economia di Hollande, già presentavano i germi dell’attuale fallimento della sua presidenza. Emmanuel Macron in questo momento avrebbe un bisogno folle di un primo ministro abbastanza importante da poter essere sacrificato. Chirac aveva Juppé, Giacobbe aveva Isacco, Macron non ha voluto figli.

Troppo Napoleone ancora in Francia

Il semipresidenzialismo francese, in un approccio di evidente continuità ideale che parte dal re decollato e arriva al presidente della repubblica passando per l’imperatore, assegna all’inquilino dell’Eliseo un ruolo sì molto più incisivo di quello concesso ai presidenti dei sistemi parlamentari, ma dotandolo di una serie di salvagente che hanno anche la funzione di tutelarne l’aura da garante della repubblica. Il sistema francese è fatto perché il presidente non possa cadere. A scomparire dalla scena politica devono essere, anche solo per un periodo, i membri dell’esecutivo. Il culto laico della république trova la sua massima espressione nella persona del presidente, soprattutto quando, come in questo caso, non c’è cohabitation con un primo ministro di colore politico diverso.

Scarica barile e brioches

Davanti a una crisi interna, il presidente si smarca dai provvedimenti messi in campo dal primo ministro facendo così capire al popolo di aver compreso che per calmarlo non bastano le brioches, e liquida il primo ministro stesso scaricando su di lui la responsabilità del conflitto sociale. Il primo ministro, insomma, fa da fusibile e viene sacrificato per salvare il presidente. Tutta la colpa è sua. Il capo dello stato se ne è accorto e ha salvato ancora una volta il paese. Ritrovata l’armonia, il presidente può tornare a occuparsi anche della grandeur francese sullo scacchiere internazionale, conscio che gli esteri sono, per l’opinione pubblica, argomento secondario che mai è riuscito a mobilitare le masse.

Il Macron abbandonato

Così doveva andare, ma sicuramente così non andrà. E la responsabilità è tutta di Macron. Nella sua rapidissima e fortunosa ascesa, simile per certi versi a quella che portò il pattinatore australiano Steven Bradbury a vincere l’oro alle olimpiadi invernali di Salt Lake City, Macron ha dovuto puntare tutto su se stesso e sul “nuovo” che la sua figura rappresentava per gli elettori, delusi dal presidente Hollande, nemico, ma solo per finta, della finanza internazionale. In questa dinamica, il giovane ex-banchiere non poteva attorniarsi di personaggi politici di peso che, percepiti come esponenti della “vecchia politica” ne avrebbero intaccato lo slancio riformatore. Il solo che per la sua caratura avrebbe potuto essergli utile in questo momento, François Bayrou, ha abbandonato il suo posto al dicastero della giustizia, dopo solo un mese da ministro, ritagliandosi, con estrema intelligenza politica, un nuovo ruolo da padre e garante di una riforma del sistema elettorale in senso, seppur timidamente, proporzionale.

La testa di chi (a pensare o tagliare)

In termini più prosaici a Macron, oggi, manca un sacrificabile. Non può certo essere il premier Edouard Philippe, la cui funzione da fedele cinghia di trasmissione tra i desiderata del presidente e il diligente voto della maggioranza parlamentare, anch’essa incapace di esprimere figure di rilievo, ne ha svuotato credibilità e peso politico. Inoltre, il fatto che il presidente si sia intestato la riforma delle pensioni, lanciando una sorta di plebiscito che lo vede perdente al momento con il 72% dei francesi che appoggia gli scioperi, ha decretato definitivamente l’impossibilità di utilizzare Philippe come fusibile per salvare la presidenza. Ai francesi, la testa del primo ministro, non basterebbe. O almeno non quella di questo primo ministro.

Troppe repressione fa male

Emmanuel Macron potrebbe sacrificare Philippe Castaner, ministro degli interni e responsabile di una gestione dell’ordine pubblico fallimentare e a tratti delirante, che sta avendo come unico risultato quello di aumentare ed esasperare le tensioni, in una prospettiva di gestione della piazza che risulta solo repressiva, e che viene denunciata ormai apertamente da tutta la sinistra e dai sindacati francesi. Eppure, anche sacrificando Castaner, Macron non sarebbe al riparo, anzi, svanito lo slancio dell’iperpersonalizzazione utilizzata nella campagna per le presidenziali, rischierebbe di perdere alcuni pezzi della sua, variegata e al tempo stesso coesa per necessità, maggioranza parlamentare. Il tutto mentre la riforma non è ancora giunta all’esame dell’aula.

Amministrative a perdere

In questo momento il presidente francese non ha, dunque, molte vie d’uscita. Potrebbe rinunciare alla riforma, che però lui stesso rivendica e continua a indicare come un mandato esplicito affidatogli dagli elettori. Potrebbe andare avanti sulla sua linea, condannandosi a tassi di popolarità a una cifra e a essere associato allo sciopero più duraturo e intenso che la quinta repubblica francese abbia conosciuto. Oppure, infine, potrebbe svuotare la sua riforma e sperare di galleggiare, magari con l’appoggio di qualche sindacato riformista.
Tra due mesi in Francia si vota per le municipali. Tra due anni per le presidenziali. Marine LePen, con un anticipo insolito ma che lascia intendere molto, ha già bruciato la corsa di sua nipote Marion Marechal-LePen, autocandidandosi per guidare il suo partito riverniciato di fresco, il Rassemblement National.
Se è davvero difficile che Emmanuel Macron non porti a termine il suo mandato, è quasi impossibile che se lo veda rinnovato dagli elettori nel 2022.

Francesco Ditaranto

Francesco Ditaranto

Giornalista freelance, ho studiato Scienze Politiche a Bologna e Giornalismo alla Lelio Basso di Roma. Dopo un'esperienza nella cooperazione internazionale, mi sono definitivamente orientato verso il giornalismo formandomi e facendo le prime esperienze tra Italia e, soprattutto, Francia.

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