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mercoledì 29 Gennaio 2020

Libia, dicono guerra e democrazia, ma è lo sporco gioco del petrolio

Libia-Eni, amici e nemici oltre le favole. Sono soprattutto le ingerenze della Turchia, per mettere le mani sulle riserve di idrocarburi di Tripoli, a minare la presenza delle compagnie petrolifere occidentali. Quella italiana su tutte

Libia, popoli e tribù legati col catrame

Il 70% del PIL nazionale e il 95% dell’export libico vanno a gas e a petrolio. La rendita dal settore idrocarburi rappresenta circa il 90% delle entrate statali, ed è utilizzata dal governo libico (quando ce n’era uno) per il consenso interno e addirittura l’unità nazionale. L’Italia attraverso l’ENI opera nel processo di estrazione ed esportazione del petrolio e del gas. Per l’estrazione, ENI è il principale produttore internazionale in Libia. Per l’esportazione, una parte consistente degli idrocarburi libici raggiunge il nostro paese. Esempio, il gas di Wafa e Bahr Essalam trasportato attraverso il gasdotto Greenstream fino al terminale di Gela in Sicilia.

 L’Italia e il grande gioco del petrolio

«La Libia è il quinto fornitore di petrolio dell’Italia, con scambi per oltre 4 miliardi di euro nel 2018, occupa il nono posto tra i paesi esportatori di petrolio al mondo e possiede ingenti riserve petrolifere, circa 48 miliardi di barili». Goffredo Galeazzi sul Manifesto e stime dell’Us Energy Information Administration. Poi il gas di cui sopra. «Di questa ricchezza energetica l’Eni continua a controllare oltre il 45% della produzione di idrocarburi nel paese che vale circa il 16% e della produzione totale del gruppo. Insomma, presente dal 1959, resta la compagnia straniera di gran lunga più importante». ENI apprezzata cercatrice di petrolio nel deserto e ora anche in mare.

La compagnia petrolifera libica

L’estrazione libica di idrocarburi è gestita dalla Noc che, nonostante caos e guerra, nel 2018 ha prodotto 1,107 miliardi di barili al giorno e un fatturato medio di 24,4 miliardi di dollari. E gli introiti della Noc finiscono alla banca centrale governata da Tripoli. Capito perché Haftar vuole conquistare la capitale (o un accordo sui soldi). Di questo pozzo di soldi e petrolio, l’ENI ne ha maneggiato il 15%. Una bella fetta da far crescere, salvo invidie minacciose. E la previsione è di calo e non di crescita e non solo in Libia. «Rischi geopolitici e di instabilità finanziaria in alcuni importanti paesi quali Venezuela, Nigeria, Egitto e Libia». Idrocarburi in Libia? «Riduzione nel medio termine». Nonostante l’ENI rifornisce tutte le centrali elettriche libiche, e le reti di gas domestico.

La Turchia, non solo ritorni ottomani

«Sono soprattutto le ingerenze della Turchia, interessata a sciogliere il nodo libico appoggiando il governo Al Serraj, per mettere le mani sulle riserve di idrocarburi di Tripoli, a minare la presenza delle compagnie petrolifere occidentali. Eni su tutte». La crisi libicva letta da Palazzo Chigi e Farnesina, finalmente svelata con parole chiare. Ma non solo ‘mamma li turchi’(Russia Egitto, sauditi e Francia). «Già oggi la compagnia turca Turkish Petroleum Corporation ha ottimi rapporti con la Noc, rafforzati nell’ultimo anno». Analisi Sibylline, «Contratti turchi Libia a oltre 25 miliardi di dollari, e Erdogan vuole mantenere l’accordo marittimo che serve a legittimare Ankara nelle sue richieste di detenere riserve di gas naturale nel Mediterraneo».

Ambizioni turche col turcomanno Sarraj

A colpi di oleodotto. All’accordo firmato da Grecia, Israele e Cipro per il gasdotto Eastmed, per il 10% di gas all’Europa aggirando la Turchia, ha con un progetto di gasdotto tra Turchia e Cipro turca, al momento ancora lontano. La Turchia fa accordi con la Russia con il gasdotto Turkstream appena inaugurato. «Rivendica e intende operare in alcuni blocchi esplorativi già assegnati a Eni e Total da Cipro bloccando le attività delle due compagnie forte di un memorandum d’intesa con la Libia firmato a fine novembre che riconosce la giurisdizione turca su un tratto di mare al largo del Mediterraneo. Un accordo quest’ultimo che non piace nemmeno ai governi di Cipro, Egitto, Grecia e Francia perché ‘mina la stabilità della regione e viola le leggi internazionali’». Future guerre crescono.

Mediterraneo come il Golfo Persico

Come accade nel Golfo (salvo guerra aperta Ira Usa e blocco petrolifero totale), anche nel Mediterraneo la ‘posta in gioco’ è il controllo delle fonti di energia, «con tutto ciò che ne consegue in termini geopolitici ed economici. Non solo il petrolio e il gas della Libia, che rappresenta un capitolo cruciale, ma anche il gas del Levante. Ovvero tutti quei giacimenti che dal 2008 in poi sono stati scoperti nelle acque israeliane, cipriote e egiziane dai nomi esotici di Leviathan, Aphrodite e Zohr o Calypso». Aree marine che custodiscono riserve di gas naturale imponenti, a partire dall’egiziano Zohr («gioiello della corona dell’italiana Eni) con i suoi 850 miliardi di metri cubi è il più grande ritrovamento di sempre di tutto il Mediterraneo». E molto ancora potrebbe essere trovato, scrive il Corriere della Sera.

Il grande intreccio

«Ingenuamente, nei primi anni del decennio scorso, si era pensato che tutto quel ben di Dio potesse servire a risolvere i guai della regione». Soldi per le asfittiche economia locali, «o ammorbidire i conflitti tra Israele e Palestina e la povertà cronica di Gaza», e via crisi mediorientali una dietro l’altra. Il rischi è invece (come detto sopra), quello di altre guerre. Il 2 gennaio ad Atene, il primo ministro greco Mitsotakis, il presidente cipriota Anastasiadis e il premier israeliano Netanyahu, hanno firmato per il via libera all’Eastmed, gasdotto sottomarino che partendo dalle coste dello stato ebraico toccherà Cipro, Creta e la penisola greca per poi sbucare in Italia, ad Otranto. 1.900 chilometri, profondità medie di 2.000 metri, costo di 7 miliardi di dollari per 10 miliardi di metri cubi di gas l’anno per partire.

AVEVAMO DETTO

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