Privacy Policy Quasi guerra con l’Iran, ½ mondo a catafascio e la partita elettorale Usa -
mercoledì 29 Gennaio 2020

Quasi guerra con l’Iran, ½ mondo a catafascio e la partita elettorale Usa

Dall’Iran alle Presidenziali Usa il caos regna sovrano. Le mosse di Trump in politica estera sono incomprensibili per molti analisti. Sta facendo delle scelte che rischiano di danneggiarlo pesantemente in chiave elettorale. Ma non è che qualcuno lo ricatta?

Dall’Iran alle presidenziali Usa            

Lo scenario mediorientale è ormai simile a un pentolone in piena ebollizione. Chi ci capisce qualcosa è bravo. O è un indovino. Gli sviluppi politici e militari sono tali da rendere incomprensibile qualsiasi logica diplomatica. Finora abbiamo sempre parlato di diplomazia “ufficiale” e di diplomazia “parallela”. Significa che quello che succede veramente nelle segrete stanze è difficilmente avvertibile e di complicatissima interpretazione. Prendiamo l’attuale crisi USA-Israele-Iran: l’uccisione “mirata” di Qassam Soleimani è un vero e proprio mistero strategico. Facciamo il giochino dell’oca con dadi e paperelle e vediamo un po’ perché gli sviluppi in quelle lontane contrade hanno lasciato gli analisti a bocca aperta.

Nemico pubblico numero 1

Ok, Soleimani  era  il nemico pubblico numero uno di Israele; ma nello stesso tempo era un uomo con cui si poteva parlare e che rappresentava l’intera galassia sciita. Cioè gli ayatollah, le milizie iraniane in Siria e in Irak ed Hezbollah in Libano. Ora, il problema di fondo della Casa Bianca in questa fase, è quello di trovare interlocutori credibili e soprattutto rappresentativi. Interlocutori, cioè, con cui si possano prendere accordi che poi vengono rispettati. E Soleimani era uno di questi. Non era solo un generale, ma era anche un politico di altissimo livello, capace di influire pesantemente sugli equilibri all’interno della teocrazia persiana. Adesso, per rendersi conto della situazione, basti solo pensare che il fallimento della tripartizione irakena voluta dagli americani era stato in qualche modo tamponata da tre politiche, chiamiamole così, regionali.

Tripartizione irachena

A nord i rapporti con i curdi, al centro quelli con gli eredi di Saddam Hussein e con il blocco prevalentemente sunnita, e a sud verso Bassora il dialogo con la maggioranza sciita. Quando nei giorni scorsi l’Irak si è sollevato, o meglio parte dei cittadini dell’Irak si è rivoltata per colpa della pesante situazione economica contro il governo legittimo gestito dagli sciiti e fiancheggiato dagli Stati Uniti, Soleimani aveva garantito che sarebbe stato in grado di riportare l’ordine. A modo suo per l’esattezza, aveva dichiarato che in Iran “Sappiamo come  gestire certe proteste popolari” . Insomma , Soleimani era diventato un insperato alleato di Trump nel maneggiare la patata  bollente irakena evitando di  ustionarsi.

Ma è davvero Trump che comanda?

Ma allora perché Trump si è imbarcato  in un’avventura , che rischia di farlo uscire con tutte le ossa rotte come quella dell’ “assassinio mirato” di una controparte così importante e prestigiosa? Due sono le risposte possibili. O alla Casa Bianca, al Pentagono, e al Dipartimento di Stato si sono bevuti il cervello d’un fiato come se fosse un “margarita”, oppure l’inquilino dello Studio Ovale è ‘sotto scopa’. Per capirci, qualcuno lo ricatta, possedendo forse documenti scottanti che potrebbero prendere fuoco proprio alla vigilia delle Presidenziali Usa. Non vogliamo santificare le teorie del complotto, ma la linea diplomatica americana sembra uscita da una clinica neurodeliri.

Bombardamento di sondaggi

Naturalmente, come tutti i presidenti americani alla vigilia della battaglia del secondo mandato, Trump appena messo i piedi fuori dal letto viene sommerso da una marea di sondaggi. Quindi, come annuncia Realclearpolitics, il nostro ‘Palazzinaro di lusso’ lo sa benissimo che mettersi così decisamente di traverso contro l’Iran in questa fase significa rischiare l’osso del collo. Una volta si votava guardando quasi esclusivamente al dio dollaro, ma oggi in America tira un vento diverso. Gli statunitensi sono stanchi di spedire truppe in ogni angolo del pianeta per interpretare il ruolo di superpoliziotti della terra: costa assai e rende poco in termini di consenso.

Primarie dem e guerre dei dazi

Ora che sta per cominciare la battaglia per le primarie democratiche e la guerra mondiale dei dazi doganali, Trump deve stare attento anche a come muove il mignolo di un piede. Alla prima mossa sbagliata i suoi avversari se lo sbraneranno. Parliamo dei democratici probabili “front-runners”: Biden, Sanders, Warren e il resto del caravan serraglio democratico che cercherà di sbarazzarsi dell’energumeno. Certo, i primi sondaggi sono confusi e soprattutto si sovrappongono. Semplificando al massimo, nei prossimi mesi avremo due blocchi di Stati che si consolideranno nell’alveo repubblicano e in quello democratico e un altro gruppo di stati swing, cioè che oscilleranno indecisi. È là che si gioca la partita, a cominciare dall’Iowa, per finire alla Florida.

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